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La prospettiva nella fotografia contemporanea

Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.

Helmut Newton

Quando il tatto si rivela sensibile alla lucida superficie della carta fotografica, ci troviamo, il più delle volte, dinanzi al caldo focolare durante un’uggiosa domenica invernale o attorno alla colma tavolata natalizia, dove il tempo che intercorre tra una portata e l’altra viene reso ancora più magico dal riaffiorare degli immensi ricordi legati a quel lucido e unico rettangolo.

Semplicemente emozionante è, quindi, paragonare la fotografia a un attimo da catturare con innocenza e rivivere con immensa nostalgia.

Questo istante è prospettiva, un groviglio infinito di sensazioni che, servendosi delle diverse angolazioni, racconta una realtà sempre diversa.

L’attualità evincibile nelle parvenze di questi tre fotografi contemporanei è inconsueta e unica in ognuno di loro poiché adopera differenti e sempre originali prospettive.

Oliviero Toscani

Le immagini inizialmente colte con una Rondine della Ferrania hanno, fin da subito, rivelato la sua esuberanza politicamente scorretta e si sono sempre più concretizzate in una presuntuosa ed efficace provocazione che ha definito il fine della sua arte: un indefinibile spunto alla riflessione.

Protagonisti assoluti di ogni suo scatto sono quei confronti che, con persuasione ed efficacia, si autodefiniscono geniali ogni qual volta vengono sfiorati dalla luce inondante di un flash.

Guido Guidi

Le coste soleggiate e colorate di Riccione, la bellezza eterna di Roma e la modernità di una Milano sempre in corsa si discostano dal lavoro di Guidi e lasciano spazio all’emblema della sua vera personalità.

Guidi racconta l’Italia guerriera, protagonista assoluta di una lotta per la sopravvivenza e spaventata coinquilina del dolore. Descrive, dunque, quell’Italia che, lasciata in abbandono, non è capace di riconoscersi nella cupola del Brunelleschi o nei dipinti di Piero della Francesca ma si riflette in quei paesaggi ruvidi, taglienti e arrugginiti che narrano uno stato costante di miseria e dolore.

Igor Dobrowolski

L’avidità occidentale e la sua sete di guadagno sfruttano la fame e il bisogno di lavoro delle popolazioni più afflitte. La schiavitù riflessa nelle fabbriche dei grandi marchi è uno dei soggetti principali della street art di Igor Dobrowolski che, a Varsavia, ha illustrato l’orrore di una sempre più insulsa industria della moda.

Giuseppe Mattia