Cinema Psicologia e Sociologia

LA CASA DI JACK: una Casa possibile per l’Arte e la Psicoanalisi?

Il regista prova a mettere all’interno di una “casa” l’arte e la patologia umana, il risultato ovviamente è un capolavoro dal punto di vista visivo ma l’apparato teorico non regge infatti questa casa non sarà mai costruita

All’incirca 1 mese fa sono andato a vedere La casa di Jack di Lars Von Trier. Non essendo un fan particolarmente accanito del regista non avevo grosse aspettative. Eravamo in 4, 3 addetti al mestiere (categoria psicologi e psicoterapeuti) ed un’altra persona.  All’inizio del film mi sono sentito subito coinvolto dalla forza delle scene, rapito da un’atmosfera tra il surreale e lo sconvolgente. Attorno a me sentivo disagio, irritazione, noia, e profonda angoscia. Ho pensato che questa pellicola avrebbe diviso i pareri: da un lato coloro ai quali sarebbe piaciuto e dall’altro coloro i quali avrebbero provato disgusto.

Dopo 20 minuti molte persone hanno iniziato ad uscire dalla sala, lamentandosi e seccate. Comunque qualcuno come me sembrava interessato al film. I miei compagni di viaggio non lo erano.

Ho, quindi, pensato al titolo (“La casa di Jack”) e mi sono subito reso conto che nessuno di noi si sentiva a casa, e neanche il protagonista si sentiva a casa sua. Durante tutto lo svolgimento, infatti, cerca di costruire una casa senza riuscirci. Quindi mi metto il cuore in pace, mi armo di “sacco a pelo” e divento cosciente che nel guardare la pellicola non mi sentirò mai a casa. Continuo a provare una certa curiosità nell’osservare invece questa “alcova” in perenne costruzione.

Cosa il protagonista prova a mettere dentro questa casa? Cosa invece rimane fuori? Cosa genera in Jack avere una casa “mancante” e ancora da costruire?

L’opera, come tutte quelle di Lars Von Trier è divisa in capitoli. Nella prima parte abbiamo in rassegna una serie di omicidi “eseguiti con perfezione chirurgica”, e nella visione di tali azioni il regista caratterizza in maniera precisa e puntuale tutte le patologie umane in una sola persona (in Jack), il quale diventa un’artista dell’omicidio.

Per quanto riguarda la trama, invece, è abbastanza semplice: la prima metà del film è la rassegna delle “gesta eroiche” di un serial Killer, mentre la seconda parte descrive il viaggio del protagonista agli inferi accompagnato da Virgilio (un anti-Dante, con la differenza che il viaggio di Dante va verso il Paradiso e la redenzione, invece il viaggio di Jack lo conduce negli abissi della natura umana).

In ogni omicidio nel protagonista emergono aspetti di sadismo, antisocialità, narcisismo, ossessività e compulsività, follia, paranoia. Il tutto è finemente rappresentato e descritto nei minimi particolari, e stupisce la precisione così minuziosa della descrizione della patologia umana. Quasi un compendio del DSM (manuale diagnostico dei disturbi mentali). Ho pensato, pertanto, che neanche uno psichiatra o uno psicologo riuscirebbe a descrivere così bene la patologia umana, specificatamente la rappresentazione visiva di come in una persona possano condensarsi la maggior parte dei disturbi mentali.

 

Pensieri che erano però in contrasto con quelli delle persone in sala che o andavano via o erano vistosamente a disagio dinnanzi alla crudezza delle immagini.

Tutti gli omicidi rappresentati erano un pugno allo stomaco, un colpo al cuore. Mi sentivo senza pelle, senza protezione nel vedere quelle scene anche perché la tragica conclusione era scontata. L’abominio umano che compiva le proprie gesta. Lars Von Trier, però non si accontenta di descrivere la patologia umana, ma la fo attraverso le parole di Virgin (Virgilio), il Virgilio di Dante. Jack parla con Virgilio, che rappresenta l’Arte e la letteratura. La genialità del regista, e nello stesso tempo l’inumanità del protagonista è che si erige ad artista, le sue gesta sono sentite dallo stesso come Arte. Quindi il film si sviluppa attraverso il dialogo tra Jack, rappresentante della Pulsione di Morte dell’essere umano, e di Virgilio, rappresentante dell’Arte e della letteratura. Il regista prova a mettere all’interno di una “casa” l’arte e la patologia umana, il risultato ovviamente è un capolavoro dal punto di vista visivo ma l’apparato teorico non regge, infatti questa casa non sarà mai costruita.

Se in Ninphomaniac Lars von Trier aveva sviluppato la pellicola attraverso la chiave di lettura che le pulsioni (sessuali) sono in opposizione alla cultura e alle leggi morali; nella casa di Jack la Pulsione di Morte è rappresentata attraverso l’Arte e la letteratura.

Tale pulsione sembra non riuscire a creare una casa, anzi la casa non sarà quel luogo accogliente. La pulsione omicida del protagonista non essendo accolta all’interno di una casa è evacuata al di fuori attraverso l’omicidio e la crudeltà. Il tentativo di giustificare tali azioni, da parte del protagonista ad opere d’arte, lo conduce agli inferi la cui rappresentazione costituisce l’opera d’arte per eccellenza: La Divina Commedia, che nel film diventa un’infernale tragedia.

Nella seconda parte sono molte le scene, in cui sembra che i protagonisti siano dipinti all’interno di quadri che hanno fatto la storia (una di questi è La zattera della Medusa), o la proiezione di scene (documentari) delle atrocità umane.

Ma tutte queste opere d’arte possono essere rappresentate negli inferi?

Mi chiedevo durante la visione: come è possibile rappresentare l’aberrazione umana se non attraverso un linguaggio che trascende l’umanità stessa? Un linguaggio che non può essere accolto da una casa. E quindi la risposta che il regista ci dà è l’Arte. L’Arte come strumento di comprensione dell’altro. Un’Arte che coglie e comprende cosa si cela nell’altra persona, nell’oscurità della profondità umana. Un’Arte espressa attraverso un viaggio drammatico negli inferi.

Jack si trasforma nell’anti-Dante, in un uomo che esprime la sua infernale Arte. Essa non può costruire una casa, ma può solo sprofondare nel baratro.

Il regista ne La casa di Jack sembra dirci che la Pulsione di Morte umana trascende sia la cultura, che le norme del vivere sociale, ma può essere letta (e forse speriamo sublimata) attraverso l’Arte. Essa non può costruire una casa, al contrario può essere rappresentata soltanto all’inferno. Pertanto il processo di “riabilitazione” del protagonista non può avvenire all’interno delle categorie diagnostiche del DSM, della psichiatria, ma può essere accolto solo in un altro mondo, all’inferno. Un luogo dove il protagonista tenta di sovvertire le leggi senza riuscirvi.

Per concludere la pellicola costituisce il tentativo geniale di mettere assieme la profondità della natura umana attraverso l’Arte, e per descriverne la profondità il viaggio sarà sicuramente verso gli inferi.

Un film crudo e violento che merita di essere visto…

Stefano Tricoli