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Il freno alle startup italiane

Mentre nel resto del mondo si sviluppano sistemi di raccolte fondi per sostenere le imprese, in Italia tutto è fermo

Su Facebook è apparsa da qualche tempo la pagina di Google Ventures (una piattaforma planetaria, destinata al lancio di imprese nascenti e nuove iniziative economiche, in parole povere: startup).

Tra le molte attività presenti vi sono anche alcuni siti destinati alla selezione e promozione di proposte d’impresa.

Siti dove chi ha un progetto in fase di avviamento può presentare il proprio piano di sviluppo pubblicamente, per raggiungere eventuali investitori e trovare attraverso questa rete i sostegni necessari.

Questi siti sono la dimostrazione di una filosofia a livello lavorativo molto diffusa negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, che concerne il finanziamento di realtà imprenditoriali con capitali privati: il crowd funding. Un vero e proprio sistema di raccolta fondi che avviene attraverso la richiesta al pubblico e in cui chiunque può investire supportando le aziende in fase di lancio.

In Italia, tale pratica aveva trovato qualche anno fa dei promotori con iniziative che si stavano affacciando nel panorama “grigio” del nostro paese, ma come spesso avviene, ogni tentativo di rilanciare l’economia – anche con nuove idee – viene presto stroncato. In questo caso attraverso una normativa che obbliga il coinvolgimento delle banche nel crowd funding.

Così mentre nel resto del mondo ci si ingegna per sviluppare forme di sostentamento delle imprese, anche svincolate da monopoli e poteri forti, nello “stivale” si calza sempre la stessa scarpa dai lacci troppo stretti; strangolando di fatto l’economia.

Non a caso, siamo fanalino di coda a livello di startup, in occidente, per numero di imprese finanziate.

Stefano Campa