Il diario di Bosco al Primavera Sound Festival: ecco come è andata – Il Quorum
CULTURA Musica

Il diario di Bosco al Primavera Sound Festival: ecco come è andata

La band romana è la nostra inviata speciale a Barcellona

La band romana BOSCO è il nostro inviato speciale al Primavera Sound Festival.

BOSCO – Bosco nasce nella primavera del 2014 e cresce nella periferia di Roma, di cui conosce pregi, difetti, contraddizioni, rivolgendole il suo sguardo malinconico, ironico, ma mai rassegnato. #NelBosco ci sono Daniele, Alessia, Giulia e Francesco. A Bosco piacciono l’elettronica, il rock, gli anni ’90 e ’00, il cantautorato, la musica suonata con passione con gli strumenti elettrici o acustici: quale migliore inviato? Il disco di Bosco si chiama “Era”. Ecco il video girato da Ilaria Magliocchetti Lombi: Il Disertore (Me ne andrò a Berlino)

UN BOSCO IN PRIMAVERA di Alessia Casonato

IL DIARIO DI BOSCO AL PRIMAVERA – Il Primavera Sound dovrebbe essere considerato una sorta di corso di aggiornamento annuale per ogni musicista che desidera essere aggiornato sullo stato dell’arte della musica a livello internazionale. Di fatto il festival non è mai stato un precursore di mode musicali, ma piuttosto uno specchio della situazione, un misuratore dei trend del momento: quello che musicalmente va di moda nel 2016, lo troverete quasi sicuramente al Primavera. Situazione che cozza completamente con la visione italiana della musica, in cui il mainstream è ad uso degli interpreti, la scena indipendente premia i cantautori “voce e chitarra” e gli altri generi sono relegati ad una scena ancora più carbonara ed underground. Non è la prima volta né a Barcellona né la Primavera, ma questa volta l’impatto è più duro: lo sciopero della Metro fa sentire i propri disagi e rallenterà il ritmo della giornata. Se posso dare un consiglio, pagare i 70€ in più per l’abbonamento VIP è una spesa che vale: oltre ai gadget, che cambiano ogni anno, il fatto di poter saltare le file, avere delle zone relax dedicate ed avere un pit riservato sotto ai palchi più grandi è una grande comodità, ma soprattutto ti permette di vivere il festival in maniera più rilassata evitando la ressa.

GIORNO 3 AL PRIMAVERA

ULTIMO GIORNO AL PRIMAVERA – La scaletta del terzo ed ultimo giorno del Primavera Sound risulta alquanto incasinata. Sembra che abbiano preferito lasciare il sabato a solo un paio di nomi molto grossi (PJ Harvey e Moderat), mentre tutto il cast restante è composto da nomi non proprio di grido.

BOREDOMS – Boredoms, la prima band, è un trio giapponese che fa pura sperimentazione sonora. Sono tutti e tre percussionisti, ma si lanciano nel suonare corde metalliche ed altri oggetti non definiti. Il risultato è un tappeto sonoro incessante che prende subito allo stomaco. Leggono spartiti che non lo sono: in realtà sono fogli con degli scarabocchi che immagino gli servano per capire quando c’è un cambio nei brani e a contare le battute. Sebbene non sia riconoscibile un battito definito, il pubblico muove la testa, ognuno con il proprio ritmo personale interiore. Finiti i Boredoms, si apre un ventaglio di possibilità molto vario: oggi non ci sarà un concerto da poter seguire dall’inizio alla fine, dovrò quasi sempre essere costretta a spostarmi 10 minuti prima della fine, questo perché l’organizzazione ha deciso che il sabato essenzialmente debba essere un bordello esagerato di band. Ci spostiamo per vedere i Chills.

CHILLS – Sarebbero potuti diventare i nuovi R.E.M. se 20 anni fa il cantante non avesse preferito la droga alla musica. Si sciolsero dopo un solo album e divennero una band di culto. Beh, quel treno è passato davvero tanti anni fa: bastano un paio di brani per capire che “fuori forma” è un eufemismo rispetto al disastro che portano sul palco. Voglio essere chiara: a suonare, non sono capaci.

U.S. GIRLS – Fuggiamo verso il palco Adidas in cui stanno per suonare le U.S. Girls. Anche stavolta parliamo di electro, e sul disco ci sono sembrate molto interessanti soprattutto per il sound che propongono… ci ritroviamo davanti due tizie che fanno karaoke. Cantano sulle basi e ballicchiano sul posto. Una delle due mostra anche un po’ di tette, che non fa mai male. Durante il live un tecnico passa loro dietro raccogliendo della strumentazione e ad un certo punto un altro tizio vestito da cowboy MIMA un assolo di chitarra su un brano. Non è una cosa accettabile presentarsi dal vivo con uno show del genere, peggior performance di tutto il festival senza dubbio.

AUTOLUX – Per fortuna a tirarci su gli animi ci sono gli Autolux. Californiani, presentano quello che chiamerei un repertorio shoegaze a modo loro. Anche se online dappertutto è citato appunto il genere shoegaze, secondo me si avvicinano di più all’art rock. Asciutti, arrivano dritti al punto senza fronzoli, sono degli ottimi musicisti e suonano sul palco migliore per quel tipo di sound. Secondo me sono una band che nel futuro guadagnerà sempre più consenso.

BRIAN WILSON – Approfittando del biglietto VIP, a questo punto andiamo nel pit sotto al palco principale per assistere a Brian Wilson che suona Pet Sounds più qualche altra hit del Beach Boys. Anche qui bisogna essere molto chiari: Brian non ce la fa più. Non è in grado né di cantare né di portare avanti uno show col minimo sindacale, è tempo per la pensione. Va bene, sono contenta di aver assistito ad uno degli artisti capisaldi della musica pop del secolo scorso, ma quando ho visto Paul McCartney non mi ha dato l’impressione di essere così messo male, anzi, Paul è una forza della natura, con Brian invece ho provato un po’ di dispiacere per lui.

DEERHUNTER E PJ HARVEY – Di seguito mi sparo la doppietta Deerhunter e PJ Harvey. Dei primi, l’unica cosa che posso dire è che davvero non ho idea del motivo del loro successo. Davvero c’è qualcuno a cui piace questo pop sfiatato ed inconcludente? Come ci sono arrivati là? Della seconda, non sono mai stata una grande fan, ma devo ammettere che è una grandissima performer e sul palco dà il 100% ed umanamente è impossibile trovarle un difetto. La cosa che più mi ha colpito è la voce: nonostante PJ si avvicini ai 50 anni, la sua voce è quella di una ventenne e questo contrasto è fantastico, letteralmente la trasporta verso un altro tempo. Sembra che il meglio della giornata lo incontri dalla mezzanotte in poi.
CHAIRLIFT – Chairlift è una band di synth pop molto elegante, ma soprattutto con delle canzoni favolose. Online leggo che la cantante ha scritto brani per Beyoncé ed ho il sospetto che per quanto è brava, sia una top liner, ovvero una di quelle vocalist che cantano le linee melodiche su canzoni che poi saranno appunto di pop star tipo Rihanna o appunto Beyoncé. Nonostante sia appunto synth pop, riescono a integrare perfettamente strumenti elettrici come basso, chitarra e sassofono, che dà una patina anni ’80 che calza molto il progetto.

UNSANE – Finito il live mi sposto per vedere gli Unsane, una formazione che viene presentata come metal, ma che mi sembra più orientata verso il crossover. Medi in tutto.

TY SEGALL – L’ultimo live che vedrò al Primavera è quello di Ty Segall. Che letteralmente ha fatto il panico. Per definirlo esattamente mi viene fuori una espressione come garage ’60 zozzo e storto, con dei riferimenti sia punk che zappiani. Personalmente mi ha ricordato anche qualcosa dei Primus, sebbene venga sempre associato ad altri artisti piu contemporanei come i Black Lips o The Oh Sees. Insomma una performance che è un vero casino di suoni, potente, recitata, urlata, senza freni e coinvolgente. Nel finale, dopo l’ennesimo stage diving, un ragazzo dal pubblico conquista il microfono di Ty ed inizia ad urlare sulla band che continua a suonare un accompagnamento. Ty a questo punto decide di fare uno scambio: fa issare il ragazzo sul palco e lui si mette al suo posto alla transenna. Sarà questo spettatore scatenato a chiudere il concerto, cantando, saltando, rotolandosi sul palco, suonando la batteria con le bacchette e creando feedback poggiando il microfono sulla chitarra del chitarrista. A tratti mi sembra anche troppo preparato per essere vero! Comunque il concerto finisce con un pubblico fomentatissimo e orecchie e piedi da buttare.

THE END – Sono di nuovo le 3 di notte. Anche quest’anno il Primavera è finito. L’impressione che ho è che il festival è stato un po’ rovinato dalla quantità di biglietti venduti in generale (davvero troppa gente, in alcuni momenti la folla faceva paura) e da una scaletta interessante ma mal gestita nelle combinazioni delle giornate. Ci verrò nel 2017? Credo che ci penserò bene, forse deciderò per il Nos Primavera, più piccolo e più gestibile. Ma prima aspettiamo il cast del prossimo anno per decidere definitivamente.

GIORNO 2

IL GIORNO 2 A BARCELLONA – Il giorno 2 inizia tardi, così tardi che la colazione ed il pranzo si mescolano in una soluzione unica e ne viene fuori una sorta di brunch spagnolo in cui la quantità di roba fritta porterà ad accompagnare il pomeriggio con una leggera acidità di stomaco. Il ristorante scelto per l’occasione, Canas y Tapas, verrà ribattezzato Cani & Topi per l’occasione. Lasciate perdere.

BEN WATT BAND – Il programma di oggi prevede meno concerti, ma più qualità. Si inizia con la Ben Watt Band. Sono attirata soprattutto per il fatto che alla chitarra ci sia Bernard Butler, ex Suede, che a quanto pare è l’unico Suede che vedrò a questo festival. Ben Watt è invece il tizio degli Everything But The Girl, che nella sua vita ha fatto un percorso inverso al trend generale: ha mollato l’elettronica e si è dato al genere Americana. Ci riesce molto bene, in certi punti mi ricorda Neil Young, ed è anche una proposta molto raffinata, le canzoni sono molto belle ma soprattutto sentite. Assoli di chitarra, assoli di wurlitzer, anche Butler fa la sua bella figura. L’unica cosa che un po’ mi fa strano è che sono inglesi: perché fare folk americano? D’altronde anche i Mumford & Sons sono inglesi e suonano hill billy, ma è come se un napoletano suonasse come Van de Sfroos.

TITUS ANDRONICUS – Ci spostiamo ed andiamo verso i palchi principali. Ci sono i Titus Andronicus. Dal nome, che fa riferimento ad una delle più sanguinose opere di Shakespeare, mi sarei aspettata almeno dei metallari, invece mi ritrovo i Sum 41 a 40 anni. Ok, detto così non è una bella presentazione, eppure portano avanti un concerto punk pop che funziona. Forse è il look che li frega, oltre al fatto di essere arrivati troppo tardi (formati nel 2005), ma insomma, se non si fa caso che il batterista ha quasi 50 anni ed i capelli lunghi col riporto stile Riff Raff dal Rocky Horror Picture Show, sono assolutamente godibili. Meglio ascoltarli che guardarli.

SAVAGES – Ingurgitato di fretta l’ennesimo noodle acquistato nell’area VIP, andiamo verso le Savages, sul palco opposto a quello dei Titus Andronicus. Accanto a me che mi ingozzo con le bacchette c’è J Mascis dei Dinosaur Jr, vorrei dirgli qualcosa, ma è meglio non rompere le palle agli artisti in questi contesti affollati. Disclaimer: l’autrice è convinta che le Savages abbiano fatto il miglior live del Primavera 2016 (fino adesso). Fossimo stati in un locale al chiuso ne saremmo usciti da un mucchio di macerie. Sono potenti. Sono spettacolari. Sono veramente hardcore e la frontwoman è una grandissima performer. Mai visto donne suonare così, travolgenti in tutto. Più di metà del live si svolge in mezzo alla ressa del pubblico mentre incalzante suona la batteria che scandisce tutto il ritmo del live. Non vedo l’ora di poterle rivedere di nuovo.

BEIRUT – Belli carichi delle Savages ci dirigiamo a defaticare le orecchie verso i Beirut, praticamente l’opposto musicale alla band precedente. Camicie hawaiane, percussioni leggere, trio di fiati. The Rip Tide fu un gran disco e molte delle canzoni proposte vengono appunto da lì. I Beirut sono l’orchestra adatta per un pomeriggio di relax. Al quale però vengo strappata con anticipo perché BISOGNA FARE LA FILA PER I RADIOHEAD. A quanto pare quest’anno l’organizzazione del Primavera ha deciso che i privilegi del biglietto VIP fossero d’appannaggio di un numero di persone che stimo siano il TRIPLO rispetto agli anni precedenti, di fatto annullando i privilegi stessi. Tutto ciò si é tradotto in code per fare qualsiasi cosa, dai bagni alla compravendita di cibo. Per accedere all’area concerto devo fare 40 minuti di fila. Fila da VIP. Iniziò a convincermi che quest’anno sono stata fregata.

RADIOHEAD – Cosa volete che vi dica dei Radiohead? Molto semplice: hanno fatto il concerto da “greatest hits” che ogni fan avrebbe sognato. 20 anni di carriera condensati in 2 ore. A dimostrazione di ciò, l’unica cosa che scriverò è la scaletta dell’evento, poi tirate voi le vostre conclusioni su quello che vi siete persi.

– Burn the Witch
– Daydreaming
– Decks Darak
– Desert Island Disk
– Ful Stop
– The National Anthem
– Talk Show Host
– Lotus Flower
– No Surprises
– Pyramid Song
– The Numbers
– Karma Police
– Weird Fishes
– Everything in its right place
– Idioteque
– Bodysnatchers
– Street Spirit (Fade Out)
– Bloom
– Paranoid Android
– Nude
– 2 + 2 = 5
– There There
– Creep

Dopo questa carrellata di storia, ci prende un po’ il down: vorremmo vedere gli Animal Collective e Shura, ma rimaniamo incollati al tavolino a sgranocchiare cibo Tex Mex per riprenderci un po’.

BEACH HOUSE – Decidiamo però di andare a vedere i Beach House, che alle 3 di notte sono la band perfetta per farti calare il sonno e sbatterti a letto. Ammetto che il concerto l’ho seguito con un occhio aperto ed uno chiuso, non mi sento di esprimere giudizi, a parte il fatto che d’ora in poi utilizzerò l’ultimo album come rimedio contro l’insonnia. Sono le 4 del mattino quando raggiungo l’albergo, buon giorno a tutti.

GIORNO UNO

GIORNO UNO AL PRIMAVERA – Il primo giorno del Primavera Sound 2016 inizia con la sveglia a mezzogiorno. Sarà così per i prossimi 3 giorni, in cui vivrò il mio personale fuso orario dove tutto è spostato avanti di circa 5 ore. Per il pranzo decidiamo di mangiare presso Sagardi, ristorante specializzato nella cucina basca, che con un menù degustazione ci presenta una carrellata di specialità della regione. Il prezzo, come direbbe Tripadvisor, è da €€€€, ma ne vale la pena.

L’ARRIVO AL FESTIVAL DEL GIORNO 1 – Il primo impatto con il festival vero e proprio mi fa scaturire diverse riflessioni:
1) quest’anno hanno venduto un sacco di biglietti
2) hanno anche venduto un sacco di biglietti VIP
3) che senso ha costringere la gente ad ulteriori file per i concerti presso l’auditorium o l’Heineken Hidden Stage per poter recuperare un ulteriore biglietto?

BEACH SLANG – La prima band che decido di seguire sono i Beach Slang, che suonano alle 16.30 su un palco striminzito, troppo piccolo per qualsiasi formazione. Sono una formazione power pop, sembrano venuti dritti dagli anni ’90, una via di mezzo fra i Lemonheads, i DinosaurJr e i Goo Goo Dolls prima del botto discografico. Sono la band perfetta per iniziare la giornata: sono allegri e non impegnano, perfetti per chi come me ha l’imprinting musicale negli anni ’90, da ascoltare se si vuole ritornare di nuovo con la mente nei pigri pomeriggi del 1994, in cui si aveva poco da fare. Decidiamo di dirigerci verso uno dei palchi principali, ma l’area concerti è ancora chiusa, per cui rimaniamo bloccati a guardare sul palco del Nightpro Noga Erez.

NOGA EREZ – È già la terza donna che fa elettronica, la terza che suona synth ed è accompagnata da un batterista coi pad (che in questo caso è anche il suo producer), insomma quest’anno c’è stata una infornata di donne&elettronica che inizia ad essere un po’ un cliché. A dire il vero lei è comunque molto brava, è polistrumentista, è anche molto carina e ci guadagno un braccialetto di poliuretano espanso a forma di stella. Consiglierei solo alla direzione artistica del Primavera di evitare nella cartella stampa paragoni troppo impegnativi, perché a tirare in mezzo Bjork, il confronto è difficile da affrontare.

ALGIERS – Finalmente aprono l’area concerti più grande e possiamo piazzarci sotto il palco per vedere gli Algiers. Loro sono quelli che sono riusciti a mescolare gli spiritual all’indie rock: i Bloc Party incontrano i Blues Brothers. Il cantante ha l’attitudine del predicatore pentecostale, il bassista sembra uscito da una formazione Emo, il batterista è un metallaro ed il chitarrista sembra aver lasciato da poco gli Interpol. Insomma sono un vero mischione di stili, sia come persone che musicalmente parlando: più vanno avanti con il concerto è più diventano acidi ed introducono sempre più elementi di elettronica. Eppure allo stesso tempo il bassista suona il suo stesso corpo, dandosi pugni sul torace o coppini dietro la nuca. Passato e presente mescolati in un’unica formazione. Davvero interessanti, se vengono in Italia sono da non perdere. All’improvviso ho un flash: realizzo che se nel 2016 non hai la batteria elettronica mescolata a quella acustica non sei proprio nessuno. Respiro di sollievo: nei Bosco la usiamo esattamente così, quindi siamo qualcuno.

BEAK – A questo punto mi piacerebbe molto andare a vedere gli Suede all’auditorium, ma non avendo fatto la fila kilometrica per ritirare il biglietto, ripiego sui Beak>, progetto parallelo ai Portishead. Decido di godermeli sdraiata sui divanetti dell’area VIP, anche per riposare un po’ i piedi: sono le 20 adesso e sono già 4 ore passate in piedi. Rimango molto sorpresa dal sound: mi ricordano tantissimo le colonne sonore dei film anni ’80, un po’ Carpenter, un po’ Visage. Davvero molto godibili, una formazione con molta atmosfera e una grande personalità.

RICARICARSI O RESISTERE? – Mi pento di non aver assistito al live di Destroyer, un artista con una carriera ventennale: mentre mangio in fretta e furia dei noodles ascolto da lontano il live e penso che mi sarebbe davvero piaciuto. Purtroppo il Primavera, con la quantità di artisti che porta, ti costringe a delle scelte sofferte, non solo fra artisti che suonano in contemporanea, ma anche fra bisogni basilari come scegliere se vedere un concerto oppure mangiare ed usare la toilette. Solo lo spettatore più forte, quello coi piedi d’acciaio, che non soffre la fame, la sete e non va mai al bagno può godere della maggiore quantità di musica.

A.R. KANE – A questo punto ci dirigiamo verso il palco più lontano di tutti, quello che si trova a ridosso del porto, per vedere gli A.R. Kane. In due parole, sono quelli che negli anni ’80 hanno registrato la hit “Pump up the volume”, i primi che hanno mescolato il rock alla House. Diciamo che negli anni ’80 ci sono rimasti, e probabilmente anche il loro ultimo live risale a quell’epoca: sono così impacciati ed inconcludenti che letteralmente ci cacciano via nel giro di due canzoni. Avrò anche poca pazienza, ma passare 5 minuti buoni sul palco, a concerto iniziato, a spippolare fra cavi e cavetti, non è accettabile.

AIR – …e non pensavo nemmeno di riuscire a passare dalla padella alla brace, perché arrivati sotto al palco degli Air, vengo colpita da una vibrazione ben precisa che il duo francese trasmette: si chiama mosceria totale. Noiosi.

EXPLOSIONS IN THE SKY – Quando invece iniziano a suonare gli Explosions in the Sky, sono davvero molto contenta. Per prima cosa vedere una band che fa post rock, che seguo da tanto e che ho sempre visto in locali con un manipolo di pubblico, suonare davanti a questa folla oceanica, mi dà molta gioia, e se lo meritano davvero. Eseguono un concerto stupendo e sono veramente totali nell’esecuzione della musica. Purtroppo non tutto il pubblico presente riesce a comprendere la bellezza di quello che sta accadendo e capito in mezzo ai peones da concerto, quelli che parlano e parlano e sono lì solo per quella che viene chiamata “fear of missing out”, ovvero la paura di non esserci all’evento. Per fortuna che il set è abbastanza lungo per cacciare via tutta questa gentaglia e lasciare da soli i veri appassionati con la musica. Gli Explosions sono una grandissima formazione e tutti dovrebbero vederli almeno una volta.

PROTOMARTYR – Nonostante i miei piedi ormai siano fritti dalle scarpe, decido ancora una volta di attraversare tutta l’area del festival per andare ad assistere ai Protomartyr. Li avevo ascoltati su album e mi avevano molto intrigato, ma dal vivo è come a se avessi trovato un’altra formazione. Proprio non li riconosco: suoni scarni, batteria e voce a cannone, niente dinamiche, molto somiglianti ai Dead Kennedys piuttosto che agli Interpol. Molto incasinati, poco definiti. Insomma, per me una delusione, ma tutto il giudizio scaturisce dalla comparazione con l’album: come mai mi suonano così diversi rispetto al disco?

LCD SOUNDSYSTEM – L’una di notte. Riattraversiamo di nuovo tutta l’area del festival per vedere gli LCD Soundsystem, “ritornati dal regno dei morti”, come recitano le magliette in vendita. Di fronte a questa band non riesco ad essere obiettiva: sono dei musicisti bravissimi. Hanno un sacco di canzoni che funzionano. Dal vivo spaccano. Sono spettacolari nella scenografia e nelle luci. Il frontman non solo è un grandissimo cantante, ma è anche un polistrumentista e fondatore di un’etichetta discografica. Non c’è niente da fare: io li odio, mi suonano finti, insinceri. Aridatece i Talking Heads.

LA SOMMA DEL GIORNO UNO – Adesso che sono le 3 di notte sento che le forze vengono meno. Vorrei ancora vedere i Battles ed i Neon Indian, ma i piedi urlano pietà, fa un freddo cane e sono 11 ore che ascolto musica. La notte finisce così, faccia in giù sul cuscino, addormentata con le scarpe indosso.

PUNTATA ZERO DI BOSCO AL PRIMAVERA

IL GIORNO 0 DEL FESTIVAL – Il giorno 0 del festival è dedicato all’arrivo in albergo, al cambio dei biglietti col braccialetto e la tessera che servono ad entrare ed uscire dal Forum ed anche ad un mini giro turistico della città: una visita a Casa Batlló ha la durata ideale prima di buttarsi nella mischia della preview del festival e permette anche una sosta nell’ora di cena.

DOVE MANGIANO I BOSCO NEL GIORNO 0 A BARCELLONA Casa de Tapas Cañota è il posto che scelgo per la cena, soprattutto per due piatti: il maialino da latte e il lingotto di cioccolato, due cose davvero da non perdere.

I CONCERTI – Dopo cena l’idea era quella di tornare verso il Forum per poter assistere al concerto gratuito degli Suede, ma la lo sciopero della metro che ci costringe a rimanere più di un’ora all’afa sotterranea ci fa cambiare i piani: torniamo suo nostri passi e ci dirigiamo verso l’Apolo ed il Barts, dove si tiene appunto la preview del festival, per gli spettatori atterrati a Barcellona con anticipo. Il primo artista che incontriamo nella sala Apolo è Stara Rzeka, che dopo 5 minuti abbondanti di rumorismo, ci fa decidere altrimenti, così ci dirigiamo verso il Barts, sala concerti che si trova dall’altra parte della strada, per vedere Empress of.

EMPRESS OF -Dall’Honduras a New York a Barcellona è un bel viaggio per questa ragazza, il cui timbro vocale ricorda tantissimo quello di Bjork. E poi c’è anche un po’ di Grimes ed un pizzico di M.I.A. Insomma, Empress of assomiglia ad un sacco di cose che già ci sono. La formazione sul palco però è interessante: oltre a Lorely Rodriguez ci sono un batterista con un mix di batteria acustica e pad elettronici, più un tastierista, che però anche lui governa una parte ritmica con ulteriori piatti di batteria. Quello che suonano è un synthpop incalzante, con un sacco di soluzioni ritmiche interessati, eppure cascano sulla scelta dei suoni: sembra di ascoltare una sfilza di preset di tastiera. Il sound nel complesso quindi si riduce ad essere “cheap” e se suoni cheap, sei inevitabilmente cheap: tutto il grande potenziale viene risolto con qualcosa che potrebbe definirsi “robetta”. Un vero peccato.

JESSY LANZA – Decidiamo di rimanere al Barts ed aspettare il live di Jessy Lanza. Sembra che in questa edizione ci siano molte musiciste donne e molta elettronica, per cui ci godiamo il set della canadese, che si presenta con una formazione più asciutta rispetto a chi l’ha preceduta (solo un batterista con set elettronico), ma il risultato è molto più soddisfacente. Chiaramente i riferimenti sono all’elettronica anni ’80: un misto fra i Berlin, la vocalità di Annie Lennox ed i momenti più cupi dei New Order, ed il set funziona alla grande, anche se il pubblico sembri apprezzare di meno rispetto alla performance di Empress of. Secondo me Jessy porta sul palco una personalità definita e dei brani ben rodati, assieme ad influenze della House più classica, ma posso capire che il confronto con colleghe più giovani e più supportate dall’hype possa influire sulla reazione del pubblico.

SUUNS – Ormai sono le 2 di notte ed è tempo di spostarsi di nuovo verso l’Apolo per poter vedere i Suuns. La sala è piena e trovo un po’ di spazio sulle balaustre del piano superiore. Anche loro canadesi, propongono un set di un’ora senza mai fermarsi, con canzoni potenti, psichedeliche, che fanno vibrare tutto il locale è la sua struttura in legno. La band perfetta per la location dell’Apolo: non solo puoi ascoltare la musica con le orecchie, ma puoi guardare il palco e sentire le vibrazioni dei bassi coi piedi dal pavimento o con le mani, toccando le vecchie colonne di legno. Insomma mentre suonano l’intero locale trema ed è una bellissima sensazione. Anche se la formazione ha un vocalist, mi ricordano tantissimo nelle strutture dei brani band come i Maserati o i Godspeed! You Black Emperor con cui hanno più volte collaborato. Se vi piace essere completamente immersi nella musica, questa è la band che fa per voi. La giornata 0 del festival finisce così, con le orecchie piene di ronzío e la voglia di ascoltarne di più.