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The Young Pope di Sorrentino: lo gnosticismo, la conoscenza ermetica e il nuovo Rinascimento

La serie di Paolo Sorrentino è un esperimento perfettamente riuscito

Dopo l’attesissimo il finale di stagione di “The Young Pope” con la messa in onda delle ultime due puntate della fiction creata e diretta da Paolo Sorrentino e prodotta da Sky, HBO, Canal+, Wildside, Haut ed Court TV e Mediapro, non resta ora che aspettare la seconda stagione, già in preparazione.

Lenny Belardo (Jude Law), il giovane Papa americano nominato Pio XIII, riuscirà nella sua missione di portare nella Chiesa cattolica il grande cambiamento annunciato nel sottotitolo “His religion is revolution”? Sorrentino, che ha scritto la serie aiutato da Umberto Contarello, Tony Grisoni e Stefano Rulli, ha sempre dichiarato, per sciogliere ogni dubbio, che “The Young Pope” non è una serie provocatoria e che basta seguire l’evoluzione del personaggio per capire che non era quella l’intenzione.

Intanto, durante la prima stagione, gli spettattori hanno imparato ad amare o a odiare questo carismatico Papa conservatore, ma fuori dalle regole, le sue manie, come quella di bere Coca Cola alla ciliegia per colazione, fumare nelle stanze affrescate del Vaticano o quel non voler mostrarsi in pubblico con la scusa di creare curiosità nella gente attraverso il mistero. Di fronte alla perplessità dell’addetta marketing del Vaticano che invece vorrebbe mettere la sua faccia anche sui piatti, Lenny cita casi riusciti di artisti che hanno scelto di non essere visibili come Salinger, Kubrick, Bansky, Daft Punk e Mina. Un’assenza che è presenza. Quindi, Pio XIII è il Papa non visibile, che nella penombra alla piazza gremita di gente urla: “Cosa vi siete dimenticati? Di Dio? Di voi? Dio esiste ma lui non si occuperà di noi finchè noi non ci occuperemo di lui. Dovete passare da Dio prima, io non vi indicherò nessuna strada, cercatela”. Ritirandosi alla fine del discorso nell’oscurità che lo avvolge.

Entra nella caverna, nell’utero della nuova Chiesa che lui, Lenny Belardo, abbandonato dai genitori nell’orfanotrofio di Suor Mary, un’incredibile Diane Keaton, è stato chiamato a realizzare. Una nuova Chiesa che si rifà all’antico, per questo sembra tanto conservatore, che inneggia a cercare Dio facendo quello che  piace. “Io e Dio grondiamo d’immaginazione”, dice Belardo ad un incredulo Presidente del Consiglio (Stefano Accorsi). Un demiurgo che, come nel mito platonico, dà una forma, un ordine, alla Chiesa degenerata e invita i suoi fedeli a fare altrettanto con se stessi, a ricordarsi di onorare il sacro che c’è in ognuno di noi prima di rivolgersi ad entità esterne. “Il dolore per l’emancipazione è insopportabile”, afferma e il prezzo da pagare è la solitudine. Sorrentino, da uomo colto quale è, ha creato un’opera pregna di significati, “un film lungo dieci ore” che gli ha permesso di esplicare in modo esaustivo tutta la sua conoscenza.

“The Young Pope” è il suo testamento, oltre che un’opera monumentale con apparati scenografici sontuosi e con una scrittura densa di dialoghi elevati, ma anche più terreni, con citazioni letterarie e filosofiche, che si apre a diversi piani di lettura. Il primo, immediatamente riconoscibile, è costruito sugli scandali del Vaticano come la pedofilia, le macchinazioni politiche e i compromessi all’interno di esso, argomenti avvincenti, affrontati già di recente in film straordinari come “Il caso Spotlight” e “Il club” di Pablo Larraín. Un altro piano riguarda appunto le sue conoscenze letterarie e filosofiche, utilizzate da Sorrentino continuamente anche negli altri suoi film. Solo per fare alcuni esempi, “La grande bellezza” si apre con una passo di Louis-Ferdinand Céline tratto da “Viaggio al termine della notte”, in “Youth” fa enunciare al giovane attore hollywoodiano Jimmy Tree una frase presa dall’Enrico di Ofterdingen di Novalis, mentre l’albergo dove i protagonisti si trovano in villeggiatura è chiaramente un riferimento a quello descritto ne “La montagna incantata” di Thomas Mann. In “The Young Pope” cita la “Recherche” di Marcel Proust, Ignazio di Loyola, Brodskij, Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino. Ogni passo, ogni immagine è scandita da un simbolo, un significato. Anche la statuetta paleolitica, la Venere di Willendorf che il papa tiene nella sua biblioteca in una teca, che sembra serva soltanto ad alimentare le fantasie del cardinal Voiello (un bravissimo Silvio Orlando), potrebbe avere una valenza diversa e molto importante ai fini della comprensione della serie, che riguarda il mito relativo alla Grande Madre e al matriarcato della vecchia religione.

La Chiesa, per soddisfare le esigenze del popolo che continuava a celebrare i riti pagani, per secoli li ha incorporati nelle sue festività. Allo stesso tempo vive nel timore che possa ritornare più potente di prima tra la gente. Il conservarla nella teca, legata da fili trasparenti, (la statuetta si trova in realtà nel Naturhistoisches Museum di Vienna), rappresenterebbe proprio la volontà di tenerla sotto controllo. “La Chiesa è femmina”, sostiene preoccupato Voiello. Il femminile e la maternità infatti pervadono tutta l’opera con le statue e i dipinti onnipresenti raffiguranti la Madonna con il bambino, la scelta di Pio XIII di avere come segretario personale una donna, suor Mary appunto. Proprio lei che gli ha fatto da madre da piccolo e lo indirizza anche ora nel governo della Chiesa, tanto che i cardinali cominciano a pensare che il vero papa sia lei (nello gnosticismo, le donne avevano un ruolo di rilievo, condizione loro negata dal cattolicesimo). Una donna sterile, Ester (Ludivine Sagnier), riesce a diventare madre e a nove mesi dal suo pontificato (un parto appunto), Pio XIII dovrà uscire dalla caverna, fare il punto sulla sua attività e mostrarsi in pubblico. In un ulteriore chiave di lettura, “The Young Pope” forse andrebbe vista pensando agli affreschi rinascimentali commissionati agli artisti da committenti illuminati che miravano a divulgare la conoscenza ermetica tra coloro che erano iniziati.

Clara Martinelli

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