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The Hateful Eight: di sangue, neve e otto “bastardi” senza gloria nel Wyoming

Un film in cui i personaggi sono intrappolati, volenti o nolenti, in una situazione da cui non possono uscire e in cui nessuno può fidarsi di ciò che gli altri dicono di essere, pubblico compreso

Mentre scrivevo, mi sentivo una specie di detective. Questo perché stavo lavorando a un mistery, imperniato sulla questione della fiducia”.

Ed effettivamente, questo si può dire che sia il tema centrale dell’ultimo capolavoro di Quentin Tarantino, The Hateful Eight.

Un film in cui i personaggi sono intrappolati, volenti o nolenti, in una situazione da cui non possono uscire e in cui nessuno può fidarsi di ciò che gli altri dicono di essere, pubblico compreso.

Il regista infatti, sembra fornire agli spettatori alcune certezze per poi incrinare tutti i loro punti fermi, ribaltando completamente la situazione obbligandoci a rassegnarci ad un gioco delle parti in cui i buoni non esistono. Esistono solo personaggi profondamente immorali e totalmente privi di etica, ognuno a modo proprio, che portano avanti un gioco al massacro dentro una trappola per topi.

Ci troviamo nel Wyoming, qualche anno dopo la fine della guerra civile americana.

Nel bel mezzo di una tempesta di neve, otto personaggi si troveranno a condividere la stessa baita, l’emporio di Minnie: un cacciatore di taglie e la sua prigioniera, un boia, uno sceriffo, un mandriano, un maggiore dell’esercito e un messicano che custodisce la locanda.

Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare, un proprio punto di vista da affermare ma anche qualcosa da nascondere, che verrà svelato durante lo scorrere della storia, in modo più o meno cruento.

I primi due capitoli, che si potrebbero definire “lenti come la melassa”, citando uno dei personaggi stessi, hanno un ritmo decisamente dilatato. Ci permettono però due cose essenziali: la prima è immergere lo spettatore nella suggestiva ambientazione invernale, come fosse un far west nella neve; la seconda è che vengono sapientemente create le premesse con cui presentare i personaggi e i loro trascorsi in maniera naturale e non artificiosa, seppure con conversazioni molto lunghe e riducendo l’azione praticamente a zero.

Le immagini dei grandi spazi del Wyoming fanno presto largo ad un’ambientazione più circoscritta e decisamente più claustrofobica dell’emporio di Minnie, in cui gli otto personaggi dovranno tentare di convivere.

Mentre nella prima parte, come detto, l’azione era pari a zero, nella seconda il regista si scatena.

Da qui in poi si sentono gli echi del mistery all’inglese, quasi a voler rendere omaggio alla Christie ed al suo “Dieci piccoli indiani”.

Solitamente in ogni film Tarantiniano si contrappongono personaggi buoni, o in via di redenzione, ai classici antagonisti. In questo film non li troverete.

Abbandonato il cliché dei buoni/redenti versus cattivi, il buon vecchio volpone Quentin decide di mettere in una stanza le più svariate tipologie di personaggi facendoli discutere delle loro storie, ma senza che tra loro ve ne sia uno che faccia da punto di riferimento morale.

Non ci sono “buoni” in questa pellicola.

In un western diverso sarebbero stati magari degli antieroi, ma non è questo il caso.

Questa scelta, oltre ad essere una sorta di rivoluzione nel filone cinematografico tarantiniano, pone lo spettatore davanti all’assoluta incertezza ed al crollo delle aspettative che era stato portato a costruirsi durante lo svolgersi della storia.

Del resto “hateful” significa “odiosi”/pieni di odio” e lascia intendere molto poco implicitamente con chi si avrà a che fare nel film.

In una scena che si può definire emblematica, il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) che fino ad un certo momento sembra incarnare la figura di eroe positivo, dimostra una cattiveria inaudita, dettata dalla sete di vendetta verso l’odio razziale, verso il confederato Sanford Smithers (Bruce Dern), ex Generale dell’esercito confederato.

La meschinità ed il cinismo dell’uomo verso Smithers (che si pone comunque nel ruolo di antagonista, attraverso il suo odio verso i neri) nel raccontare la sequenza in flashback ed il fastidioso godimento nel vederlo soffrire e contorcersi mentre immagina la scena, annulla quella che dovrebbe essere la disparità tra l’uomo nero e l’uomo bianco.

In pochi minuti di conversazione viene annullata qualunque distanza etica e morale tra i due personaggi, rivelandoli per ciò che sono: due persone prive di qualsivoglia principio morale.

Vale la pena soffermarsi un momento su Daisy Domergue, unica presenza femminile del film, bandita spietata esattamente come tutti gli altri.

Sfatiamo le voci che hanno gridato alla troppa violenza usata su di lei in quanto donna. Voci che hanno rischiato di far partire prevenuti gli spettatori e che, com’era prevedibile, si sono rivelate essere inesatte.

Le botte che il personaggio di Daisy incassa durante il film sono perfettamente lineari alla trama, ma soprattutto sono perfettamente in linea con il suo personaggio. Non risultano affatto di una violenza inaudita (vedere per credere) e men che meno fanno sentire a disagio lo spettatore.

La “scriba” di questo articolo è una donna che non si è sentita minimamente offesa né attaccata nella sua femminilità.

Usare gentilezza e tatto verso il personaggio di Daisy, avrebbe significato snaturarla e privarla di quel senso di sorpresa ed indignazione che invece hanno i personaggi maschili. Lei, pur essendo una donna, ha la stessa spietatezza di tutti gli altri: un’abile burattinaia che tesse la tela di un gioco geniale ed allo stesso tempo crudele.

Un altro degli ipotetici “buoni” del film, John Ruth (Kurt Russel), andrà incontro a una fine alquanto ingloriosa e decisamente inaspettata, incastrato con il più semplice ma allo stesso tempo meschino dei trucchi: il veleno.

Ed eliminato quello che forse era l’unico personaggio che potesse avere una qualche moralità, o che semplicemente mostrava un minimo di umanità verso la prigioniera che accompagnava alla forca, la storia procede verso un finale splatter e totalmente incerto, ricco di colpi di scena che tengono lo spettatore incollato alla poltrona fino all’ultimo.

Tra le pareti dell’emporio si consuma una vera e propria carneficina, tra mutilazioni, ferite e uccisioni piuttosto splatter e di grande efferatezza. Non si tratta di una resa dei conti tra buoni e cattivi, come abbiamo detto, ma di una battaglia “tutti contro tutti” in cui ogni colpo basso è lecito e nessuno è al sicuro. Un lungo e cruento massacro che sottolinea la straziante sofferenza dei superstiti.

Tentare di collocare il film in una categoria standard è pressoché impossibile, perché unisce mistery, western, splatter e non manca (così come fu in Django Unchained, in parte minore) lo sfondo profondamente politico: Tarantino ancora una volta affronta il tema dello schiavismo e della difficile vita dei neri in America.

America ancora affetta da un razzismo crudele e radicato, da lacerazioni insanabili e un sentimento di profondo odio che vede come soluzione finale lo spargimento di sangue.

Mentre fuori continua a cadere la neve.

Carla Marras