Psicologia e Sociologia

Saziarci e stordirci. Rendere pieni i vuoti sociali…

Nella moltitudine della “solitudine affollata” siamo, però, i cuochi del piatto vuoto

Mangiare non significa semplicemente soddisfare la sensazione fisica della fame. Non si mangia solo per placare il brontolio dello stomaco, ma anche per soddisfare l’appetito delle proprie emozioni.

Il cibo è compensatorio, allevia. E’ anche ricompensa e stordimento. Nel ritenersi dei cuochi provetti, si mette in scena l’illusoria convinzione di saper gestire le proprie emozioni. Di esser gli artefici della proprie emotività, senza esserne travolti.

Incosciamente è anche l’espressione della propria magnificenza. Ci si sente quasi delle divinità.

Non a caso, da sempre, il cibo è espressione culturale e religiosa (l’ultima cena, moltiplicazioni dei pani e dei pesci, solo per fare due esempi).

Non trovo casuale che in un periodo di crisi e difficoltà sociale, ci siano così tanti programmi di cucina.

Incosciamente, ci si vuole saziare e stordire. Rendere pieni i vuoti sociali.

E, il disorientamento della presenza, costante, in non luoghi come i social, genera proprio lo stordimento caotico del nulla. In quel che non c’è ma che crediamo ci sia.

L’effimera narrazione di sé, quasi obbligata, in territori virtuali che non contemplano la condivisione tanto degli spazi, dei silenzi e del corpo quanto degli aspetti emotivi più profondi, esprime, più che agli altri, il desiderio disperato di gridare il bisogno di esserci. Di dire “io esisto”.

Nella moltitudine della “solitudine affollata” siamo, però, i cuochi del piatto vuoto.

Michele La Porta