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Sangue e arena

La corrida è innanzitutto una tragedia. Una tragedia, però, che non è solo rappresentazione, ma impone la verità del sangue allo spettatore. Il suo momento catartico è la morte stessa…

Da poco trasferitomi a Madrid, mi decido a fare ciò che faccio sempre quando arrivo in un posto “nuovo”: fare quello che fanno i locali. Come negarsi una visita al più controverso spettacolo che si possa offrire nella civile Europa: la Corrida?

Per l’inaugurazione della feria non ci sono posti disponibili, così con il mio coinquilino, optiamo per il sabato. Alle 17.00 siamo a Las Ventas, la Plaza de Toros di Madrid. Durante il tragitto in metro notiamo vari personaggi con un cuscinetto portatile a righine colorate, bordato in cuoio e dotato di maniglia. In particolare una strana coppia attira la mia attenzione. Gli rivolgo la parola: vanno alla corrida. “Oggi a la lidia ci sarà Miguel Abellán, qualcosa di buono si dovrebbe vedere…” (non come il giorno prima in cui tre tori sono stati sostituiti perché non all’altezza). Mi faccio chiarire il punto e questi mi spiegano che la corrida non è buona se i tori non sono buoni: “Il toro deve meritarsela la corrida, altrimenti è solo una vacca da macello”.

Ci lasciamo. Mi dirigo verso il mio posto riflettendo sulla follia di questo spettacolo. Eccitato e turbato mi seggo sugli spalti in pietra dell’arena. Mi guardo attorno. Quasi ventimila persone stanno lì, accanto a me, aspettando che la lotta abbia inizio. Arriva il torero con la sua squadra di arlecchini imperlati. Sembra tutto così ridicolo, e tutto così solenne. Estemporaneo. Il presidente alla mia destra saluta con il pañuelo l’inizio della corrida dopo la sfilata dei sei personaggi in cerca d’autore, il carretto con gli asini per la raccolta delle carcasse e il migliore, il tizio con il cartello che riporta nome, peso e ganaderia del toro. Mi faccio spiegare i dettagli dai vecchi accanto a me: sono fortunato, mi dicono: “Oggi è una corrida speciale, un solo torero contro 6 tori”. Mi rallegro pensando che le chances che il torero venga ferito aumentano, e mentre mi lascio trasportare dai miei pensieri “maligni” mi concedo un altro sguardo sulla platea.

È impressionante vedere come la Plaza de Toros di Madrid raccolga ancora attorno a sé tanti spettatori. Molti vecchi appassionati, ma anche moltissimi giovani dagli abiti ricercati che si regalano una buona dose di sangue prima di andare a riempire le strade di Madrid il sabato sera.

Alta borghesia, intellighenzia spagnola ed un eterogeneo gruppo di intellettual-artistoidi si mescola alla gente del popolo per assistere al più umano di tutti gli spettacoli: la morte in piazza, la morte come attrazione.

Essere contro la corrida è facile, quasi ovvio. Sottoporre animali non consenzienti ad una morte violenta ha qualcosa di inevitabilmente barbaro. Certo quando questo si compie in nome dell’industria alimentare e del consumo il fatto non sconvolge che qualche oltranzista dell’etica. Questo dibattito mi sembra in realtà sterile ed onestamente non vedo particolare differenza tra l’industria alimentare e quella dello spettacolo. Mi asterrò comunque dall’approfondire questo aspetto della nostra macabra società il cui velo liberal-progressista svolge egregiamente il suo ruolo sedativo.

Neanche me ne sono accorto e la corrida è iniziata.

Di fronte a me il boia vestito da ballerina si agita per innervosire il toro e mandarlo alla carica del picador che attende a cavallo il momento per infilzare la bestia. Guardo e mentre guardo mi chiedo che cosa effettivamente stia succedendo lì, in quel momento, davanti a me. Il sangue, il sudore, la paura. Sono lì, solo con il toro. La lotta, la natura e la tragedia iniziano a formarsi come immagini nella mia testa.

Vi è qualcosa di misterioso, qualcosa che non posso negare solo per la gran voglia che abbiamo di essere moderni e civilizzati.

La morte, il sangue e il toro stesso mi si palesano come figure mitiche ben radicate nella coscienza umana e la loro rievocazione mi sembra acquisca tutta la potenza di un’immagine sacra e dirompente allo stesso tempo.

Ciò che accade nell’arena durante la corrida forma uno spettacolo ricolmo di significati tanto distinti quanto eterogeneo è il suo pubblico. La corrida è innanzitutto una tragedia. Una tragedia, però, che non è solo rappresentazione, ma impone la verità del sangue allo spettatore. Il suo momento catartico è la morte stessa. La morte vera. Una tragedia in cui l’uomo inscena se stesso e la natura inscena la natura. La verità della tragedia inscenata nella corrida è ciò che la rende tanto speciale, ma allo stesso tempo tanto crudele. Senza crudeltà non c’è verità. Così è la natura, così è la sua simbologia. Nella propria lotta contro la natura l’uomo ingaggia un tentativo di definizione di se stesso come altro elemento rispetto alla natura, giungendo però, nel momento della morte, ad identificarsi con la natura stessa. L’uomo concede la morte al toro. Sostituendosi alla natura l’uomo intende elevarsi, distaccarsi dalla natura ed affermare la propria supremazia su di essa.

La corrida rappresenta così un gioco complesso, un gioco dell’uomo con se stesso, dell’uomo con la natura e con la morte.

Qui sta la rappresentazione dell’antico mito, della relazione tra uomo e natura.

L’uomo, parte della natura, guarda ad essa come ad un oggetto. Si inscena così, da un lato, il distacco dalla natura nel dominio della paura, dall’altro la consapevolezza dell’impossibilità di porre fine a questo processo. La paura rinnovata alla vista del toro, la sfida con la morte e la vittoria non sono che fasi di un ciclo senza fine che rappresenta l’essenza stessa dell’insuperabilità della natura da parte dell’uomo e dell’impossibilità di porre un punto al ciclo della tauromachia.

La corrida gioca così con l’inconscio umano nel duplice richiamo alla bestialità – l’uomo che è bestia di fronte alla bestia – e all’innalzamento, l’uomo che sfida la natura e vince.

Si ha così la rappresentazione del processo in cui l’uomo si fa uomo nella natura: il superamento della natura attraverso la natura stessa.

Ad un tratto le grida dei miei vicini mi destano dai miei pensieri e tutto riacquista un aspetto molto più prosaico.

Seduto sugli spalti dell’arena mi ritrovo in mezzo a un gruppo di vecchietti scalmanati che inneggiano alla morte del toro.

Il tizio di fronte a me bestemmia per la scarsezza del torero mentre la sua compagna sghignazza di gioia ad ogni colpo inferto all’animale. La coppia accanto si gode lo spettacolo tra patatine e popcorn sperando nel lancio di un orecchio per soddisfare i loro profondi appetiti. E tutti, ma proprio tutti, in piedi ed urlanti risolvono le loro angosce nel momento catartico, quando finalmente dopo una estenuante attesa e molte grida, il toro stramazza a terra stecchito.

Michele Rosemberg