Monografie

Salgado ci insegna che l’arte salverà il mondo

La straordinaria capacità di denuncia sociale di Salgado è indissolubilmente legata alla sua abilità nello spogliare problematiche complesse da ogni inutile orpello, riducendole alla loro più intima essenza

Coltivo l’intima convinzione che ciò che un vero artista faccia, sia fondamentalmente dare nomi alle cose. O volti, che poi è lo stesso, nel caso di un fotografo. Succede che provi un’emozione, o hai un’idea, ma non sai esattamente dire cos’è, arriva un tizio e ‘click’, trova il modo esatto di mettere nero su bianco quello che nella tua testa era un ammasso confuso di pensieri. Quando poi conosci la parola o il volto, ecco che ti scopri a padroneggiare il concetto, e non sei più lo stesso di prima. Per questo l’arte, col suo costante monito di coscienza, ci aiuta a capire e contribuisce ogni giorno a salvare il mondo. Ci dice chi siamo.

Sebastiao Salgado è un fotografo di fama mondiale, reso ancor più famoso dal documentario ‘Il Sale della Terra’, un successo planetario che ripercorre, attraverso la sua arte, la sua parabola di uomo, economista e fotografo, ma soprattutto di avventuroso testimone della condizione umana. Il documentario guardatevelo, ne vale la pena.

C’è qualcosa da capire, nelle foto di Salgado. La stupidità e la violenza umana sono dipinte senza mezzi termini, senza chiacchere da salotto ad attutire il colpo. Così come lo sono la bellezza di Madre Terra e dell’uomo stesso, troppo spesso offesa. Gli scatti si susseguono crudi, brutali e terribili, come solo la verità sa essere, in un bianco e nero che non lascia scampo, accompagnati dalla sua profonda voce da cantastorie. Storie scolpite in una scala di grigi, storie che vengono da lontano, ma che parlano di tutti noi, come profondi archetipi di cui ci siamo dimenticati.

Le sue foto, proprio come un grande romanzo o un grande film, intagliano sul legno della nostra mente i lineamenti di concetti altrimenti ingestibili, dandogli forma e senso. Giusto per fare un esempio. La Serra Pelada era una delle più grandi miniere d’oro a cielo aperto del mondo. Fu scoperta nel 1979, e poche settimane dopo più di centomila persone, spinte da un’incontrollabile bramosia, si erano già ammassate in quel buco gigantesco, a rovistare nella melma in cerca di un po’ di oro. Dopo aver visto le foto che Salgado scattò in quella miniera, saprai per sempre qual è il vero volto della cupidigia umana: uomini come formiche, ridotti a vivere in condizioni estreme, che portano pesanti sacchi di fango su per rudimentali scale a pioli sospese su strapiombi. Costretti solamente dalla loro sete di oro.

La straordinaria capacità di denuncia sociale di Salgado è indissolubilmente legata alla sua abilità nello spogliare problematiche complesse da ogni inutile orpello, riducendole alla loro più intima essenza. La potenza lirica delle sue immagini regala a chi le osserva molto più di un articolo de Il Sole 24 ore. Il titolo di uno dei suoi lavori più famosi aiuta molto a capire: La Mano dell’Uomo – Archeologia dell’età industriale.

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Proprio come un archeologo, Salgado raccoglie testimonianze e reperti di un mondo che ormai non conosciamo più, quello del lavoro manuale. Così mentre l’economista, tra pozzi di petrolio in fiamme e schiene curve, ci svela luoghi e volti dei veri processi alla base del nostro sistema produttivo globale, l’artista mostra le mani callose del mondo, ammaliandoci con una visione della dignità del lavoro che abbiamo ormai scordato.

Quella di dare volti alla sofferenza è un’operazione che ogni artista percepisce come essenziale. Vi ricordate la bambina col cappotto rosso di “Schindler’s List”, che passeggiava abbagliante nel bianco e nero del film? La ritroviamo alla fine, un piccolo cappottino ancora rosso, però morta, buttata su un carro di morti in bianco e nero destinato alle fiamme. Lei è l’Olocausto, in quel momento, e noi ne percepiamo la follia. Primo Levi spiegava, nel capitolo de “I Sommersi e i Salvati” chiamato “La Zona Grigia”, che si soffre molto di più per una singola Anna Frank che per i milioni di senza nome morti come lei. Alla stessa maniera colpiscono dritto nello stomaco le foto che Salgado scattò durante il genocidio del Ruanda nel 1994. In quegli scatti, i volti delle persone sono così intensi che sembrano assumere un nome e un cognome, facendo emergere il dolore, il calvario, la morte di un singolo fuori dal freddo numero che appare (quando va bene) sui titoli dei giornali: un milione di morti.

La potenza evocativa delle istantanee che scattò durante quel conflitto annichilisce le quotidiane meschinità in cui ci avvolgiamo, in cerca di sicurezza. Le foto dei corpi dei ruandesi accatastati senza ritualità da una ruspa, per sgomberare i ‘150 chilometri di morti’ raccontati dal fotografo Brasiliano, mostrano, giusto per fare un altro esempio, tutta la bassezza di chi invoca al razzismo. Molto più efficace di mille ore di talk show. Vedete quanto è importante l’arte?

E alla fine, la speranza. Ci si aspetta che chiunque sia stato testimone di certe atrocità, chiunque abbia visto dentro l’abisso della violenza, della miseria umana, non sia più capace di salvarsi. Salgado, nel suo ultimo lavoro (Genesis), trova invece la forza per un atto di fede verso la maestosità di questo nostro pianeta, raccontando una storia di armonia e proporzione tra uomo e natura. In quegli angoli di mondo vergini ed incontaminati, a ben vedere, sta scritto cosa siamo capaci di fare, quando ci ricordiamo di non lasciare che la bellezza soccomba al meschino. Non è a questo che serve l’arte?

Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso” (Bukowski).

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