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Perché amare Game of Thrones? – Finale di stagione

La sesta stagione di Game of Thrones ha confermato il suo successo e il suo essere un fenomeno. Eccessi del fandom o vera gloria? Ecco alcune considerazioni sulla serie più seguita di HBO.

GAME OF THRONES, FINALE DI STAGIONE – Con un gran finale di stagione e 8, 9 milioni di spettatori incollati allo schermo in America, tra morti, vendette e ascesa delle donne, si è chiuso il sesto capitolo televisivo di Game of Thrones o Il trono di spade che dir si voglia, confermandosi ancora una volta come una delle serie tv più amate e più discusse a livello planetario oggi.

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GEORGE R. R. MARTIN E LA SESTA STAGIONE – La sesta stagione è la prima che viene realizzata senza il supporto dei romanzi di George R. R. Martin, che senz’altro ha dato alcune idee e paletti narrativi su come sviluppare la storia, tanto che è tornato un personaggio che era dato per spacciato, ma che forse tornerà in libreria finalmente all’inizio del 2017 con l’atteso Winds of Winter. Dieci episodi partiti in sordina ma poi arrivati ad alcuni grandi momenti, prima del finale che ha scompigliato le carte in tavola, ricordando come i grandi personaggi nella serie e nei romanzi sono e restano le donne, dalla perfida e tormentata Cersei alla carismatica Daenerys, passando per la combattiva Brienne, l’inquietante Melisandre, l’ambigua Margaery, la giovane lupa Arya e soprattutto sua sorella Sansa, vittima per tanto tempo e ora capace di cambiare registro e ruolo. E in un momento in cui in tanta cultura pop viene di nuovo esaltato un ruolo sottomesso delle donne, tra sfumature e after, c’è di che applaudire questa squadra di eroine tutt’altro che perfette, a volte scellerate, ma capaci di dominare gli eventi, in un universo in cui l’unico uomo che si fa una bella figura è un freak, il nano Tyrion, discriminato fin dall’infanzia, ma capace anche lui di volgere i fatti a suo favore, con anche qui un bel supporto a minoranze e discriminati.

L’IMPORTANZA DI GoT – Game of Thrones ha sdoganato definitivamente il genere fantasy dall’assurdo stereotipo di genere per ragazzini un po’ strambi, mescolando tragedia shakespeariana e metafore dell’oggi, magia e crudeltà, rendendo celebrità mondiali i suoi interpreti, impegnati in personaggi non facili, mai eroi senza macchia e senza paura, ma capaci di umanità e di conquistare il pubblico, che adesso sa che ci saranno ancora solo tredici episodi, spalmati su due anni, prima di sapere come andrà a finire il mondo spietato di Westeros e terre limitrofe. Una serie capace di andare oltre i meccanismi manicheisti di eroi che combattono contro i malvagi, raccontando un affresco spietato, dove trovano spazio guerre, giochi di potere, persone giuste nel posto sbagliato, malvagi per cui c’è sempre una punizione, e che punizioni, sesso, violenza, passioni di ogni genere, voglia di libertà e tanto altro ancora, con echi dei classici, dall’epica in poi, ma anche tanti richiami alla modernità e all’oggi, con scene madri epiche (la battaglia del nono episodio e il finale lo testimoniano), creature fantastiche, magia ma anche tanti specchi distorti degli abissi e della grandezza umana.

Per questi motivi Game of thrones appassiona, ispira il fandom, è al centro di eventi, fa da modello per nuove correnti del fantasy, seguendo come serie televisiva la rivoluzione introdotta ad inizio anni Novanta da David Lynch con Twin Peaks, quella di creare prodotti seriali innovativi e non solo per puro intrattenimento per i più giovani, le massaie e i pensionati. E dire che i libri all’inizio non erano stati molto considerati, almeno qui in Italia: erano usciti in sordina nella collana Urania fantasy, oggi quelle copie sono ricercatissime e hanno quotazioni ragguardevoli. La serie tv ha cambiato tutto, unendo nella sua realizzazione un’Europa che fatica a ingranare socialmente e politicamente, visto che le riprese hanno spaziato dall’Ulster alla Croazia, da Malta all’Islanda.
In attesa a questo punto del gran finale, in letteratura e in tv, sperando che lo zio George, di cui stiamo scoprendo solo adesso in Italia gli ottimi debutti come autore di fantascienza, non deluda e non venga fagocitato dal successo. Alla fine, però il messaggio di questo poema di violenza e passione è comunque di speranza, perché lo scopo finale è fare quello che dice Daenerys, ex fanciulla spaventata diventata condottiera e madre di draghi: “I nostri padri ci hanno lasciato un mondo peggiore di quello che avevano trovato, noi lasceremo un mondo migliore”. Un qualcosa che forse bisognerebbe provare a memorizzare anche fuori dai lidi di Approdo del Re, della Barriera e di Grande Inverno.

La recensione è di Elena Romanello

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