INTERVISTE Musica

Pareidolia di Marina Rei. Intervista esclusiva

Scoprire che qualcuno prova le mie stesse emozioni le mie canzoni, mi fa sentire parte di un sistema che esprime il proprio disagio in un momento di malessere generale a livello culturale, politico e sociale

Ho il nuovo disco di Marina Rei tra le mani: Pareidolia uscito il 30 settembre.

Lo ascolto. Per prima cosa mi chiedo cosa vuol dire. Leggo e trascrivo in sintesi: sognare ad occhi aperti. La definizione è: la tendenza istintiva e automatica a trovare strutture ordinate e forme familiari in immagini disordinate. Quindi ascoltare un disco e metterci del vostro per creare immagini. Osservare le nuvole e dire: “Guarda, c’è un coniglio”…

Penso sia così. Inizio, dunque, l’ascolto delle tracce:

  • Avessi artigli: rock.
  • Ho visto una stella cadere: entra e ti colpisce. (anche se a me romano non capita più da anni).
  • Lasciarsi andare: bella!
  • Sole: come il sole.
  • Del tempo perso: (con gli Operaja Criminale). Struggente persa nei desideri e con un suono onirico. Grande pezzo!
  • Se solo potessi: un amore grande così, magari.
  • Paraidolia: roba rap… non sulle mie corde.
  • Vorrei essere: scuola romana con un bel giro di basso e un testo carino.
  • Un semplice bacio: la mattina vorrei che mi si baciasse così.
  • Fragili: armonica e circolare, politica e sognante. Ma sembra una cantilena per bimbi. Da farci un video con il gioco della campana.
  • Annarella: Ode a Giorgio Canali e Lindo Ferretti. Anche meglio dell’originale un inno alle donne, e la cosa che più mi ha trasmesso immagini. “E’ tutto quello che ho… Lasciami qui, lasciami qui. Finita”. Da piangere. Mille volte ancora…

Marina Rei è mia coetanea, è tra i fenomeni musicali italiani dell’ultimo ventennio e i generi li ha eviscerati tutti. Cresciuta in casa di musicisti il padre Vincenzo Restuccia è batterista di rango (Morricone, Piovani, De Andrè). Pareidolia gira in un vortice di immaginari “i suoi”. Parte dalla così detta scuola romana dai tempi del “Locale”, al rock post moderno dei CCCP (l’ho vista io suonare con Giorgio Canali), passa ai suoni vellutati e concentrici del Teatro degli Orrori, e finisce per trasformare Annarella dei CCCP in una melodia dolce e straziante.

“Non dire una parola che non sia d’amore”. Questa credo sia Marina oggi. Il suo nono disco ha il segno del rock melodico, arriva come un tuono e lascia l’impronta per un’opera compiuta; l’ennesima virata curiosa e gattesca.

Pareidolia lo definirei un disco coriaceo – prodotto da Giulio Ragno Favero (Teatro degli Orrori) – dove si manifestano le due anime di Marina: una rock synth, con la batteria prepotente; e una femminile-introspettiva più melodica.

“Fragili” o dolce come in “Un semplice bacio”… Il tempo cadenzato dalla batteria di Marina cede il passo solamente nella canzone “Del tempo perso” suonata dal grande Vincenzo Restuccia con gli Operaja al completo. Un bravo va a Matteo Scanicchio che ha partecipato alla scrittura del brano.

Chiude il disco una meravigliosa cover di Annarella… e che Lindo non se n’abbia a male, è davvero strepitosa!!!

Che dire? Una bella espressione di musica italiana. Non la solita solfa melodica… ma un buon rock, con ottimi arrangiamenti, e qualche sprazzo della scuola romana.

La voce di Marina duttile e potente si impone sui vari generi, con ritorni da fare invidia alle dive dei contest.

Considerando che ascoltare il disco non mi bastava per farci un pezzo interessante… l’ho intervistata. Lei gentilissima ha mollato i compiti di matematica per i dieci minuti…

Eccovi il sunto:

– Marina, come nasce la collaborazione con Giulio Ragno Favero?

Ho conosciuto Giulio in occasione del remix di “E mi parli di te”. Gli è piaciuto molto il pezzo e ha deciso di farne una versione elettronica. Abbiamo, poi, avuto modo di incontrarci spesso, sia durante i concerti del Teatro degli Orrori dove sono stata ospite in un paio di date, sia ai miei concerti dov’è venuto ad ascoltarmi. Da lì è nata sempre più forte la voglia di lavorare insieme. Questo percorso può sorprendere, ma posso felicemente dire che il disco è il risultato di un lavoro nato tra due musicisti che se ne fregano degli stereotipi e dei generi musicali pur di creare qualcosa di bello.

– Come vi siete trovati a lavorare assieme?

Siamo incredibilmente affini in molte scelte. Riguardo il suono ad esempio: sia per quanto concerne la ripresa delle batteria sia per quanto concerne gli arrangiamenti.

– I brani sono suddivisi in due blocchi uno rock e synth… uno più melodico e pop con visioni melanconiche. Una parte è aggressiva e tosta. Un’altra più melanconica e sentimentale…

Credo che il disco sia un disco rock per suoni, produzione e scrittura. Certamente è un disco di Marina Rei e non di un gruppo alternative, dunque è chiaro che non si poteva estremizzare ed esasperare qualcosa che non avrebbe descritto me e l’intero progetto, già decisamente spiazzante per chi conosce solo la mia ‘vecchia’ discografia.

Chi, invece, mi segue da sempre, sa bene quali siano state le evoluzioni sonore e cantautoriali che mi contraddistinguono da molti anni. Certamente nel disco c’è anche una parte di scrittura melodica oltre a quella più rock.

Giulio ha insistito perché non venisse modificata, delineata anche da una profonda malinconia. Trovo che questo aspetto sia una carezza meravigliosa che ci accompagna nella vita, senza la quale non potremmo gustare gran parte delle cose. Per me la malinconia ha un’accezione positiva che mi lascia la voglia di sognare, di sperare.

‘La malinconia di una vita vissuta senza malinconie, tanto per viverla’ questa è una frase di “E mi parli di te” che credo traduca perfettamente il senso di quello che ho appena detto.

– “Un semplice bacio” “Lasciarti/si andare” via. Sono periodi della vita o sono la descrizione di qualcosa che non c’è più ? Un’idea universale?

Tutto passa inevitabilmente ed egoisticamente prima attraverso me, la mia esperienza, ciò che ascolto, ciò che vedo, ciò che mi ferisce, ciò che mi rende felice o che mi addolora. Parte tutto da un caos costante che mi porto dentro e che non nascondo, perché trovo sia la parte più bella di me. Credo sia giusto che ognuno esprima il proprio senso di solitudine o di malinconia nel modo migliore.

Io lo faccio attraverso la scrittura e la musica.

Scoprire, poi, che qualcun altro prova le stesse cose e che le vive allo stesso modo ascoltando le mie canzoni, mi fa sentire parte di un sistema che esprime il proprio disagio in un momento di malessere generale a livello culturale, politico e sociale.

– Perchè hai coinvolto Restuccia senior? 

Coinvolgo sempre mio padre da anni. In ogni disco c’è un pezzo suonato da lui.

Perché?

Perché mio padre, è un musicista che ha fatto la storia, quindi per me è un grande lustro. Avere il suo tocco in una canzone vuol dire essere fortunati. E poi gli piaceva suonarla…

– Nel disco parli di una ricerca per “fare ordine”. E’ una ricerca di vita passata o attuale?

 Sto cercando di far ordine nella mia vita. Per riuscirci non basterebbe una vita intera. Per ora mi limito ad essere fiera di questo lavoro e se decidessi di non realizzarne più, posso dire di aver chiuso in bellezza.

– Non è una domanda, ma una affermazione: Annarella è semplicemente meravigliosa… Grazie!!!

Grazie a te (ndr. Marina sorride).

Daniele De Sanctis

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