Cinema ENTERTAINMENT

Old Boy di Spike Lee

Alcune ragioni per cui “l’originale non era meglio”

Oldboy è un film del 2003 diretto da Park Chan-wook, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004. È tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya. Qualche reminiscenza: Oldboy fa parte della cosiddetta “trilogia della vendetta”, iniziata nel 2002 da Mr. Vendetta e conclusa nel 2005 da Lady Vendetta. Erano gli anni in cui Chan-wook diventava regista di spicco, al fianco di Kim Ki-duk, della Nouvelle Vague del cinema coreano.

Curiosità: Quentin Tarantino, presidente della giuria del Festival di Cannes di cui sopra, ha definito Old Boy “il film che avrei voluto fare”.

Ecco. A rifarlo ci ha pensato Spike Lee, anche se il remake uscito il 5 dicembre scorso, distribuito in Italia da Universal, sembra in generale non aver entusiasmato eccessivamente. In fondo la storia è la stessa, parrebbe: un uomo viene rinchiuso per ben 20 anni dentro la stanza di uno strambo hotel (nel film coreano era per 15 anni), non si sa per quale motivo.

Un film violento sulla vendetta, sull’amore e su un senso della morale distante anni luce da quello di noi occidentali.

Tutto qui? Personalmente credo che la “reinterpretazione” di  Lee riesce invece a creare un proprio marchio molto profondo ed elegante (tenterò di spiegare più dettagliatamente le mie ragioni).

Per cominciare diciamo che la presenza di Josh Brolin è corporalmente gravosa come psicologicamente intensa e minuziosamente tratteggiata nei suoi meandri più violenti, scabrosi e surreali. Elizabeth Olsen si conferma con la sua bravura una delle grandi giovani promesse del cinema a stelle e strisce. E nel complesso anche chi fosse andato a cinema per vedere un thriller psicologico brutale ma di buona fattura non rimarrebbe affatto deluso.

Attenzione: *Mini-spoilers*

Superato dunque il problema di avvertire o meno la necessità del remake, tanto è lontano lo spirito che anima i due film, mi concentrerei sulla astuta la mano di Lee nel condire la pietanza principale (che resta la stessa) con una moltitudine di erbe e spezie rare che non potevano essere coltivate se non in questi dieci anni. Cito a mò di esempi, volutamente senza approfondire in questa sede: la disseminazione di (o)scene concatenazioni di simboli fallici, la dissertazione sul potere di controllo della televisione sulla mente (incluso il riferimento all’11 settembre, che contribuisce al gioco diacronico), le immagini pubblicitarie oniricamente ammiccanti di un maggiordomo nero che d’improvviso diventano il discorso di insediamento di Obama. Mica poco.

Attenzione: *Psico e altri Spoilers*

Freud giunse a identificare la censura del desiderio incestuoso originario come la causa prima di ogni forma di nevrosi.

In seguito, nei quattro saggi pubblicati come “Totem e tabù”, Freud ipotizzò anche che l’evoluzione del desiderio incestuoso nella vita individuale, prima sperimentato e poi rimosso (il cosiddetto romanzo familiare) fosse al tempo stesso l’evoluzione stessa della civiltà, che avrebbe avuto nella sua origine una uguale rimozione e sublimazione di quell’originario desiderio incestuoso. Jung nel 1912 pubblica un testo eretico dal punto di vista dell’interpretazione freudiana dell’Edipo. Il libro aveva come titolo “La libido. Simboli e trasformazioni”.

In esso lo psichiatra e psicoanalista svizzero, designato successore di Freud alla guida del movimento psicoanalitico internazionale, ritiene che il desiderio incestuoso che sta alla base della vicenda edipica non vada inteso letteralmente e quindi sessualmente. Come egli dice, il desiderio di congiungersi alla madre è il desiderio dell’individuo di ritornare alle proprie radici per rinascere rigenerato a nuova vita e quindi è un desiderio di trasformazione.

Silvia Montefoschi (di formazione junghiana ma i cui debiti alla dialettica hegeliana servo-padrone non sono pochi) svolge a partire da “L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico” del 1977 la teorizzazione dell’infrazione simbolica del tabù dell’incesto come la via di conoscenza che conduce oltre l’Edipo. Nella sua rilettura la chiave interpretativa del tabù è l’intersoggettità quale “rivoluzione radicale del reale” che chiude definitivamente la storia dell’universo come la storia delle ripetute infrazioni dell’incesto che ha fatto la storia della materia, quella biologica e infine quella umana e della civiltà.

E se Spike Lee, novello eretico, avesse mostrato tutto questo in sintesi, percorrendo alchemicamente fino ad oggi la via di trasformazione di agonie sessuali e prigionie nevrotiche indicibili in una liberazione assoluta e radicale del reale e dal reale? In fondo la forza dell’autore di “Fa’ la cosa giusta” e “Malcolm X” è stata sempre quella di non tirarsi indietro di fronte a nuove sfide creative, di qualsiasi tipo. Un regista coraggiosissimo nel raccontare storie scomode, che ad un certo punto ha scelto (vincendo la battaglia secondo me) la più scomoda di tutte.

Massimo Lanzaro