Psicologia e Sociologia

#Narciso 3.0

Il narcisismo nell’era dei social network…

Sarei curiosa di calcolare quante volte, nel corso della giornata, io acceda su facebook o instagram. Sarei curiosa, sì, e sarebbe anche facile fare una media, ma non lo faccio: ho paura perché, nella mia disperata e illusoria presunzione di non essere dipendente dai social network, sono perfettamente consapevole del tempo che passo a scorrere inutilmente la mia bacheca invece di scorrere con la matita le pagine del libro da studiare.

E’ un dato di fatto: siamo figli dell’era digitale e, sì, ci sarà sempre chi continuerà ad urlare “o tempora, o mores” con una sprezzate aria di superiorità generazionale. Ma d’altronde nessuno può scegliere i propri “genitori”: ci sono stati i figli del boom economico, i figli della contestazione ed oggi ci siamo noi.
Innegabili sono i vantaggi e le potenzialità di essere parte di una “comunità globale” e, conseguentemente, questi social sono delle irrinunciabili e utili piattaforme di comunicazione e scambio culturale (io stessa ne faccio uso). Il problema subentra quando (assai spesso) vengono considerati come illusori surrogati di autostima. Io chiamerei “sindrome del like” il compulsivo controllo di notifiche e la spasmodica ansia da record che domina gli utenti (e passatemi la palese generalizzazione).

La pandemia del fenomeno è ben intuibile dalla nascita del nuovo aggettivo “social”, il quale dovrebbe farci credere che la percentuale di click favorevoli alle nostre pubblicazioni sia la vox populi, vox dei che sancisce una prorompente personalità. Sei social se pubblichi le foto della tua vacanza ai caraibi a bordo di uno yacht o un outfit per andare ad un vernissage; sei social se pubblichi la foto della tua cena romantica o i pomeriggi domenicali sulla riva del lago con un libro in mano. Bene, ma il tentativo di ostentare la propria vita come invidiabile non mi sembra sia un buon presupposto per questa… socialità: mi sembra piuttosto un coerente progetto individuale di narcisismo – siamo i migliori consulenti d’immagine di noi stessi.

Può suonare come la delirante visione di una mente fredda e perfida, ma è solamente la ragionata considerazione (e parecchio autocritica) di una ragazza che passa parecchio tempo su facebook. Infatti la mia riflessione ripiega verso un’altra osservazione: quando è che il nostro autocompiacimento smette di compiacersi? Quand’è che Narciso cade nel fiume per abbracciare la sua immagine riflessa?
Su facebook spopolano status di un’imbarazzante qualunquismo, presunta simpatia e stupefacente incapacità sintattica, ma d’altra parte si leggono spesso post interessanti e divertenti nei quali ci rispecchiamo. Non sarà proprio l’entusiastico “lo faccio sempre anche io” a gettarci necessariamente nel deprimente baratro della consapevolezza? Perché è così, miei cari compagni dell’etere: la copiosa quantità di sconosciute menti geniali che partoriscono frasi illuminanti, freddure sarcastiche, immagini grottesche e pagine irriverenti condivise da tutti i nostri “amici”, devono il loro grandissimo successo all’incredibile empatia virtuale che raccolgono.

Grazie a questa collettiva identificazione in frivoli quesiti e abitudini quotidiane, capisci di non dover più soffrire di solitudine: è così che in un momento scopri di non essere l’unica ad odiare il lunedì mattina, i dolci con la cannella, a morire di stenti pur di finire una serie tv in streaming, ad essere innamorata di Alberto Angela e a fare della facile ironia su Barbara D’Urso.
Fino ad un secondo prima ti sentivi un paladino dell’alternatività e rivendicavi il tè di mezzanotte di fronte al rum e cola o la temeraria toccata-e-fuga a Napoli per un caffè come la nuova Odissea, e poi impugni le insegne della delusione.
Un secondo prima contemptus mundi e un like dopo “contempti tutti”.

Ottimo: se prima eravamo casi classificabili come Narcisismo, ora siamo patologici esempi di paranoica assenza di personalità.
E’ ovviamente una provocazione iperbolica, ma credo sia altrettanto enormemente sottovalutata la nostra dipendenza da tutto ciò. Il mio articolo ha l’umile ambizione di essere uno spunto per prendere coscienza delle proporzioni di questo fenomeno e guardarsi bene dall’eccessivo affidamento verso questi mezzi. Per poter alleviare molte delle nostre insicurezze sociali ed emotive legate alla nostra sovrastruttura esistenziale, dovremmo avere ben chiaro quanto, alla resa dei fatti vis-à-vis, raramente teniamo a mente la cronaca delle pubblicazioni sulla bacheca altrui; e che nell’altro mondo non verremo giudicati e comandati secondo i likes accumulati.
Se la mitologia fu il tentativo culturale e religioso dei Greci di spiegare l’esistenza e l’origine delle cose a se stessi, in realtà fece qualcosa di più: spiegò ai Greci che cos’è l’essere umano; anzi, ha fatto molto di più: continua a raccontare a noi da dove veniamo e che fine facciamo se invece di prendere la situazione in mano, accarezziamo un’allucinazione con la mano:

“Ingenuo, che stai a cercar di afferrare un’immagine fugace? Quello che brami non esiste; quello che ami, se ti volti, lo fai svanire. Questa che scorgi è l’ombra, il riflesso della tua figura. Non ha nulla di suo quest’immagine; con te è venuta e con te rimane; con te se ne andrebbe – se tu riuscissi ad andartene!”

Letizia Del Pizzo