Cinema

“Louisiana” di Roberto Minervini, vincitore del Doc/it Professional Award 2016

L’Associazione Documentaristi Italiani ha premiato quarto lungometraggio del regista che racconta l’altra faccia dell’America

Louisiana – The other side di Roberto Minervini è il vincitore della Sesta edizione Doc/it Professional Award, al quale si aggiunge il premio Margutta Digital, che consiste nella color correction per il prossimo film documentario e la Menzione Speciale Quaderno del Cinemareale, che prevede la pubblicazione di uno studio sul processo creativo che ha portato alla realizzazione del film in uno dei prossimi numeri della rivista. L’ha deciso l’Academy del premio, composta da più di 70 professionisti fra autori, produttori, direttori di festival, critici e tecnici, che lo ha scelto sui 75 titoli in concorso, visionati in streaming video tramite la piattaforma www.italiandoc.it.

LA VITTORIA – Questa la motivazione della vittoria:
“Louisiana vince per il racconto lucido e sincero di un territorio invisibile, ai margini, di una comunità dolente, nel mondo di oggi, tra i suoi perdenti, nel cuore stesso del sistema di potere economico e ideologico in cui siamo immersi.”
Presentato l’anno scorso al festival di Cannes nella sezione Un certain regard, il film non aveva ricevuto premi, pur meritandone, selezionata a competere per la Palma d’oro con rivali potenti come Garrone, Moretti, Sorrentino. Non era la prima volta sulla Croisette per Minervini, dove nel 2013 ha partecipato fuori concorso con Stop the Pounding Heart (vincitore del David di Donatello come Miglio Documentario nel 2014), terzo atto della trilogia del Texas, composta anche da The Passage (2011) e Low Tide (2012, presentato alla Mostra veneziana). Esempi di “cinema del reale”, molto lontani dal sogno americano, portati sul grande schermo con empatico distacco.

COME NASCE IL FILM – Roberto Minervini, italiano nato a Fermo nel 1970, residente da tempo a Huston, si è spostato in Louisiana senza avere l’idea di girare un altro film. Voleva semplicemente conoscere il luogo, West Monroe, da dove era partito Todd Trichell, il padre di Colby, il giovane protagonista di “Stop the pounding heart”. Scappato dalla Louisiana povera e disastrata, si era trasferirito in Texas con lo scopo di rifarsi una vita riuscendoci, diventando così l’unico della sua famiglia ad essere uscito da una situazione d’indigenza. Quando, però, Minervini arriva in quei posti, credendo di stare per intraprendere la tappa finale della trilogia, si accorge che invece è pronto per iniziare un nuovo ciclo. Perché ciò che trova in Louisiana è qualcosa che deve raccontare e ne rimane intrappolato. Il regista, entrato a contatto con la famiglia di Todd (nel film, Lisa è sua sorella, fidanzata con Mike, il protagonista), racconta che la maggior parte della popolazione è disoccupata, dipendente dall’anfetamina e vive in estrema povertà. Abbandonati dalle istituzioni, i rappresentanti di questa comunità, composta quasi esclusivamente da bianchi, covano un sentimento di rabbia e rivalsa nei confronti del Paese intero. “Non facciamo parte né dei bianchi ricchi, né dei neri poveri, perché siamo dei bianchi poveri estromessi da questa società”, dicono. Una sorta di limbo, quindi, dove sono ghettizzati. Minervini, che all’inizio era convinto di voler fare un film intimista, basato soprattutto sulle storie private e famigliari, si trovò a cambiare la linea tematica, privilegiando quella politica. Lo decise soprattutto quando venne a conoscenza dell’esistenza di una comunità paramilitare del luogo, composta da ex combattenti delle forze speciali e veterani in disarmo. che ha inserito nella seconda parte del film. Poteva mostrare così un midwest antigovernativo e antiliberista poco conosciuto, “the other side” dell’America appunto.

IL PARERE – Il risultato è stato questo film documentario della durata di 92 minuti, dove si mostrano luoghi fatiscenti, natura selvaggia, condizioni estreme e persone disadattate, contrassegnati dalla miseria e dallo stordimento attraverso droghe e alcol. E armi. Una visione a tratti veramente disturbante, come la ragazza incinta che fa uso di sostanze stupefacenti, prima di esibirsi un locale di lap dance. A volte, invece, si è presi dallo stupore e dall’incredulità verso certe situazioni che respingono e attraggono allo stesso tempo. Tutto girato con estremo realismo, tanto che sembra che in mezzo a loro ci siamo anche noi, come Minervini, che ha passato più di un anno con i protagonisti del film, per fare proprie le abitudini di quella comunità. Ce li racconta senza giudizi, narrandoli nelle loro azioni quotidiane. Non ne fa degli eroi negativi, ma li descrive come gente che vive la propria esistenza, giusta e sbagliata che sia, nel modo che conoscono, nel posto in cui sono nati, e solo quei pochi che oseranno scappare potranno cambiare il proprio destino. Come Todd Trichell.

Clara Martinelli