Psicologia e Sociologia Scienza

La vicarianza

Se siamo in grado di supplire alla mancanza di un senso con gli altri sensi e a risolvere in maniera innovativa i problemi, è merito di una strategia cognitiva che prende il nome di vicarianza

A ognuno di noi sarà capitato, almeno una volta nella vita, in circostanze chiaramente differenti gli uni dagli altri, di trovarsi in un luogo completamente buio e di dover sopperire alla mancanza della vista con gli altri sensi: in quella circostanza, a rendere possibile la sostituzione di un senso con i rimanenti sensi, è stata la cosiddetta “vicarianza sensoriale”.

In medicina il termine “vicarianza” indica la capacità di un organo (o di una funzione) di sostituirsi a un altro organo (o a un’altra funzione) compensandolo; ogniqualvolta che l’individuo subisce un deficit sensoriale interviene la vicarianza, la quale fa sì che i sensi non lesi cooperino fra di loro mettendo in atto strategie compensative che consentono al soggetto di supplire alla mancanza del senso compromesso.

Quello della vicarianza è in realtà un concetto molto vasto, riconducibile a varie discipline, ma che assume particolare rilevanza con riferimento alla neurologia e alla fisiologia.

Uno dei massimi esperti sull’argomento, ad oggi, è Alain Berthoz, ingegnere, neurofisiologo e Professore onorario di Fisiologia della percezione e dell’azione al Collège de France, che alla vicarianza ha dedicato un saggio, “La vicarianza. Il nostro cervello creatore di mondi”, nel quale dimostra come tale strategia cognitiva rappresenti un grande progresso scientifico e come la stessa abbia importanti risvolti in vari settori.

Nel suo testo – del quale ha parlato anche nel corso dell’incontro, organizzato nell’ambito della rassegna torinese “Giovedì Scienza”, dedicato alle strategie attraverso le quali il cervello risolve i problemi – Berthoz spiega chiaramente come la vicarianza, permettendo la supplenza di un processo con un altro processo che conduce al medesimo risultato, consenta all’individuo di trovare il rimedio giusto a ogni problematica, di prendere la decisione più opportuna e di raggiungere gli obiettivi prefissati.

E’ grazie alla vicarianza che riusciamo a trovare soluzioni originali ai problemi e avere idee innovative: tale strategia cognitiva è, infatti, sia alla base della meccanica dell’evoluzione biologica, sia alla base dei processi creativi e di astrazione.

Il nostro cervello, sostiene il Professore, agisce come un “emulatore di realtà” e un “creatore di mondi”, in quanto percepisce e agisce in maniera differente a seconda del contesto e delle inclinazioni di ciascuno, facendo fronte, attraverso la vicarianza, a situazioni nuove e a ostacoli non preventivati, anche cambiando punti di vista, ove necessario, al fine di garantire all’individuo maggiori chance di sopravvivenza.

Dal punto di vista neurologico la vicarianza – che implica, necessariamente, la capacità di affidarsi all’immaginazione e alla creatività e la volontà di trovare soluzioni, anche casuali, capaci di rompere gli schemi precostituiti -, oltre a permetterci di apprendere per imitazione e di elaborare soluzioni alternative innovative, ci rende anche capaci di interagire con il prossimo in maniera flessibile e di fissare meglio i ricordi nella memoria.

Una risorsa importante, quindi, e non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche per le evidenti ripercussioni che può avere in campo psicologico, sociologico e perfino aziendale; implicazioni che, comunque, non sono meno rilevanti di quelle che si manifestano sul piano pratico: in assenza del provvidenziale intervento della vicarianza, anche solo aprire una scatoletta di tonno senza l’apporto di un apriscatole ci risulterebbe impossibile.

Dalila Giglio