Storia

La storia infinita delle comfort women, le schiave sessuali sudcoreane

L’accordo storico siglato fra Giappone e Corea del Sud, mette fine alla questione delle donne di conforto, che dopo 70 anni si vedono riconoscere le scuse ufficiali e un risarcimento.

Se ne sta seduta con la schiena dritta, le mani appoggiate sulle gambe, i piedi nudi, un berretto giallo sul capo e una sciarpa dello stesso colore avvolta attorno al collo, gli occhi tristi intenti a fissare chissà che: così ben fatta da insinuare, in chi la guarda, il dubbio che possa animarsi da un momento all’altro, la statua della comfort woman che capeggia davanti all’ambasciata giapponese di Seul – eretta, cinque anni fa, a eterna memoria degli atroci supplizi patiti da molte donne coreane per mano dei militari giapponesi nel corso della Seconda guerra mondiale – verrà forse rimossa, nei prossimi mesi, dalla Presidente Park in segno di disgelo fra i due paesi.

Lo scorso 28 dicembre Tokyo e Seul hanno, infatti, siglato un accordo storico col quale il Giappone si è impegnato a stanziare, a favore delle vittime ancora in vita, l’equivalente di circa otto miliardi di dollari a titolo di risarcimento per i danni subiti dalle comfort women, riconoscendo, in tal modo, le proprie colpe relativamente alla questione delle stesse; l’intesa, fortemente auspicata dagli U.S.A. (che hanno interesse a che i suoi due principali alleati collaborino), mette la parola “fine” all’acredine che ha caratterizzato i rapporti fra i due paesi negli ultimi settant’anni.

Se l’accordo non soddisfa appieno entrambe le parti – una buona fetta della popolazione sudcoreana non ritiene sufficienti le scuse ufficiali e l’istituzione di un fondo per le vittime quali equi risarcimenti per un crimine sistematico commesso dal corpo militare nipponico anche grazie all’intervento attivo del governo, decisivo nella realizzazione di un vero e proprio sistema di schiavitù sessuale -, di certo lo stesso consente la ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due paesi e pone le basi per l’inizio di una nuova era improntata alla pace e alla collaborazione.

Chi, presumibilmente, non riterrà esaustive le somme che verranno loro versate a titolo di riparazione economica, sono le circa cinquanta donne di conforto sopravvissute all’orrore dei centri lanfu (termine che, in giapponese, sta per prostituta): non è certo “con qualche spicciolo”, come asserito da una di esse, che si possono cancellare anni di sofferenze, torture, violenze e umiliazioni.

Proprio le loro testimonianze (la prima delle quali si è avuta solo nel 1989) hanno portato alla luce come, all’interno delle comfort station, le donne, spesso delle ragazzine, venissero sistematicamente abusate e picchiate per ore, senza tregua né pietà alcune. La maggioranza di esse è morta precocemente a causa delle violenze subite e delle malattie veneree contratte; quelle che sono riuscite a scampare a quell’abominio hanno dovuto fare i conti con tremendi traumi psichici e fisici (molte donne sono diventate sterili).

Si stima che il numero delle giovani costrette a prostituirsi – adescate con la promessa di un lavoro dignitoso e ben retribuito o rapite e internate con la forza – schiavizzate negli anni del secondo conflitto mondiale, si attesti intorno a duecentomila (provenienti non solo dalla Corea del Sud ma anche dallo stesso Giappone, dalle Filippine, dalla Cina e dal Vietnam).

L’istituzione dei “bordelli dell’orrore” era ufficialmente finalizzata a scongiurare gli stupri di guerra, nonché a evitare che le tensioni accumulate dai soldati in battaglia sfociassero in rivolte o sommosse: in realtà si trattava semplicemente di luoghi dove i militari sfogavano brutalmente i loro istinti più bassi a scapito di donne giovani e indifese.

In seguito alla sconfitta militare i membri dell’esercito giapponese si sono affrettati a distruggere qualsiasi documento utile a comprovare lo scempio portato avanti, nei confronti delle comfort women, nel corso della guerra, mentre gli Alleati si sono limitati a rimpatriare le sopravvissute senza farsi troppe domande.

Da allora la Sud Corea ha ricevuto dal Giappone, quando, nel 1965, i due paesi hanno riallacciato i rapporti, un indennizzo per i crimini di guerra (senza alcuna riparazione economica per le donne di conforto) e, nel 1993, una dichiarazione di ammissione delle proprie responsabilità in merito alla creazione di un sistema di prostituzione (alla quale si è accompagnata l’istituzione di un fondo per i risarcimenti alle sopravvissute che, però, è stato finanziato attraverso fondi privati). Per arrivare a ottenere le scuse ufficiali e la promessa, da parte del Presidente del Giappone, dello stanziamento di un miliardo di yen a favore delle vittime ancora in vita, l’ex colonia nipponica ha dovuto attendere settant’anni, il tempo di una vita umana.

Nessuna somma, tuttavia, sarà mai sufficiente a sanare le profonde ferite inferte alle donne di conforto, ferite con le quali convivranno sino al trapasso e con cui, disgraziatamente, ancora oggi fanno i conti molte, troppe, donne nel mondo.

Dalila Giglio