Cinema

“La stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu

“La stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu è un’opera estremamente raffinata e ben riuscita. Se n’è accorto il Comitato del cinema della Stampa  estera che quest’anno gli ha assegnato  il Globo d’oro come miglior film della stagione. Ai David di Donatello, dove ha avuto diverse nomination, si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura adattata. Scritto dal regista con Ugo Chiti e Salvatore De Mola, Cubiddu ha unito  il   testo di Eduardo De Filippo “L’Arte della Commedia” e la traduzione de “La tempesta” realizzata dal  grande drammaturgo napoletano. Un’operazione impegnativa, che ha richiesto tempo e cura, ma il risultato si vede. La trama è la seguente. Durante una tempesta, alcuni naufraghi che navigavano su un traghetto, si ritrovano sull’isola carcere dell’Asinara. Si tratta di quattro camorristi, con  le due guardie incaricate di accompagnarle al penitenziario, e di alcuni attori di una compagnia teatrale. Ad attendere i criminali c’è il direttore del carcere, De Caro (Ennio Fantastichini), che vive sull’isola con la figlia adolescente. Per sfuggire alla prigione, il boss dei camorristi Don Vincenzo  (Renato Carpentieri) architetta un piano:  far passare anche loro per teatranti, imponendo  tale decisione con la forza al povero capocomico Oreste Campese (Sergio Rubini).

Ma De Caro, uomo intelligente e colto, non si lascia abbindolare e per smascherare i camorristi propone di allestire in cinque giorni “La tempesta” di Shakespeare. Una proposta che il capocomico e la sua compagnia “allargata” sono costretti ad accettare, ma che non sarà facile portare avanti sia per l’assegnazione dei personaggi, sia per le evidenti difficoltà di recitazione e di interpretazione da parte degli attori improvvisati. “Bisogna riscrivere il copione, queste non sono parole nostre”, dice Don Vincenzo a Campese.  “La stoffa dei sogni” è una commedia piena di colpi di scena con un cast di attori eccezionali. La fotografia di Vincenzo Carpineta e le musiche di Franco Piersanti completano un quadro veramente idilliaco se lo inseriamo nell’attuale panorama cinematografico italiano, in cui, tranne pochi film quasi riusciti, regna superficialità e desolazione.

Il paesaggio scarno e prepotente dell’isola dell’Asinara è l’ambientazione giusta per una commedia umana dove gli uomini diventano parte integrante della natura, che diventa l’eco delle loro emozioni e paure. L’isola, immersa in un’atmosfera atemporale, diventa teatro e  palcoscenico ideale per la compagnia per mettere in scena “La tempesta”, già nella realtà luogo di rappresentazione dell’opera shakespeariana. Il direttore De Caro è Prospero in esilio con la figlia Miranda (Gaia Bellugi), la quale s’innamora del suo Ferdinando (nel film è il figlio disperso del boss), il deforme Calibano, figlio della strega,  veste i  panni del  pastore Antioco (Fiorenzo Mattu),  portatore di un linguaggio incomprensibile, abitante originario dell’isola, che cattura per davvero i suoi Stefano e Trinculo,  i passeggeri della nave naufragata che si ritrovano sani e salvi sull’isola come scritto nel testo  del Bardo. Rapporto realtà/finzione usato come un gioco di specchi, costruito su una sceneggiatura che non era facile da mettere insieme, nella quale i personaggi e le storie si sovrappongono in un tessuto narrativo stratificato. Il teatro autentico che sfida il cinema a rappresentarlo, un’operazione complicata, ma che gli autori in “La stoffa dei sogni”  riescono a compierla, creando un’opera davvero originale.

Mettendo l’accento soprattutto sul lavoro dell’attore, come lo stesso Cabiddu afferma: “Gli attori scelti ad interpretare i molti personaggi hanno in comune questo trasporto ideale per il teatro come essenza ultima del ‘lavoro dell’attore’. Con una compagnia di questo genere, confortati da un ‘punto di partenza’ universale e popolare come le commedie di Shakespeare ed Eduardo De Filippo, pensiamo sia possibile intraprendere questo viaggio”. Un viaggio fatte di ansie, di dover imparare la parte, preparare i costumi, le quinte, usando la sapienza artigianale e la creatività di cui sono fatti i sogni. La stoffa dei sogni, appunto. Uno sforzo enorme ripagato solo dall’emozione per gli attori di riuscire a mettere in scena la loro rappresentazione davanti ad un pubblico attento, mostrando come l’arte sia “soddisfazione di bisogni primari, necessità quotidiana”. E’ quello che cerca di fare Campese-Rubini, aiutato dalla moglie Maria (la sempre brava Teresa Saponangelo), capocomico stressato dalle pressioni di De Caro-Fantastichini e  dalle minacce di morte del  capo camorrista don Vincenzo-Carpentieri. E lo afferma quando, ad un certo punto nel film afferma: “Il teatro mette le ali al cuore e pure alla ragione”.

Clara Martinelli