Cinema

“La pazza gioia” di Paolo Virzì

Storia di follia e amicizia al femminile tra commedia e realismo

Dieci minuti di applausi da parte di un pubblico commosso alla sua proiezione al Festival di Cannes, in cui il film è stato presentato nella sezione Quinzaine des Realizateurs e la richiesta da parte di 40 paesi per comprare il film. Grande successo ai botteghini e apprezzamenti dalla critica. “La pazza gioia” di Paolo Virzì ha conquistato tutti indubbiamente. Forse perché è partito da un’intuizione e le intuizioni, si sa, vanno seguite. Lo ha raccontato lo stesso regista, che ha sceneggiato il film insieme all’amica di sempre Francesca Archibugi. “Il primissimo spunto è nato da un’immagine di Micaela e Valeria che camminano tra l’erba, il fango e la neve, che ho spiato da lontano”, ha affermato. “Eravamo sul set de Il capitale umano e Micaela era venuta in visita, il giorno del mio compleanno. Stavo girando l’ultimo ciak, prima di pausa, di una scena tra Bentivoglio e Gifuni, e vedo, appunto, laggiù nell’area dei camper degli attori e della produzione, Valeria che conduceva Micaela verso il tendone del catering, la prima con addosso una gualdrappa per coprirsi dal freddo sopra l’elegante e dorato abito di scena del suo personaggio, zampettando sui tacchi, mentre l’altra le arrancava dietro con un misto, mi sembrava, di fiducia e di sgomento. Ad un certo punto, siccome il terreno era impervio e zuppo di neve sciolta Valeria ha porto la mano a Micaela per aiutarla. E’ stato in quel momento che ho avuto una voglia improvvisa di puntare la macchina da presa verso quelle due tipe bellissime, buffe e forse un po’ matte”. Una visione che sembra un quadro ed è proprio ad una donna dipinta dall’artista austriaco Egon Schiele che Micaela Ramazzotti si è ispirata per la magrezza muscolosa del suo personaggio, la depressa Donatella Morelli, che, ha detto lei, “l’ho costruito partendo dall’esterno”. Una depressione cronica, curata con i farmaci, provocata dal dolore immenso per l’adozione coatta del suo bambino, dopo che aveva tentato di uccidersi con lui buttandosi in un fiume. Un malessere provocato dal rifiuto dell’uomo padre del piccolo e suo datore di lavoro, che una famiglia già ce l’ha. Donatella, dopo diversi ricoveri in ospedale, viene portata a Villa Biondi, una comunità di terapia ed accoglienza per donne affette da patologie psichiatriche, dove incontra Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), loquace ed elegante sedicente contessa, ex moglie di un ricco avvocato dell’entourage berlusconiano, legata, a suo dire, da strette amicizie con i potenti della Terra. Anche lei minata nella salute mentale a causa del rifiuto di un uomo, un finto immobiliarista volgare e delinquente che le ha fatto firmare documenti per truffarla e sottrarle il patrimonio di famiglia. Insieme, le due donne, che senza la follia non si sarebbero mai frequentate, trovano consolazione l’una nell’altra, riempendo le proprie solitudini con la presenza e i problemi di ognuna. La taciturna e ormai vinta Donatella ritrova la voglia di lottare per andare a cercare il figlio, grazie all’esuberante vitalità di Beatrice, nonostante i divieti imposti dal Tribunale che la considera pericolosa. Anche Beatrice lo è per il suo amante, agli arresti domiciliari a causa delle truffe di cui è accusato, e per chi la circonda, compreso il suo ex marito che nel frattempo si è risposato e ha anche dei bambini. E quando riescono a fuggire per raggiungere Donatella il suo bambino, Beatrice l’uomo di cui è ancora innamorata nonostante tutto, sono veramente “pazze di gioia” per la ritrovata libertà. Una libertà minacciata dai medici e gli assistenti del centro che le inseguono fino a fermare la loro fuga, per finire più unite di prima. E’ un racconto sulla follia, certo, ma è soprattutto una storia di amicizia e complicità in una commedia dove umorismo e dramma s’intrecciano. La forza del film sta nei dialoghi e nei personaggi, costruiti da Virzì e dalla Archibugi dopo aver parlato con medici, psicoterapeuti, letto libri e articoli, consultato blog. Il luogo scelto dove girare il film è il Centro di salute mentale di Montecatini diretto da Vito D’Anza, psichiatra di scuola basagliana che ha creato al suo interno un gruppo di attività teatrale che si chiama “Mah! Boh“. Le donne ospiti della struttura sono state reclutate per fare parte del cast, offrendo un impatto ancora più realistico alla storia. Tra le avventure che affrontano Beatrice e Donatella, meravigliosa la corsa alla Thelma e Louise con la macchina decappottabile rubata ad un set cinematografico. Presentato a Cannes 25 anni fa, il film di Ridley Scott rappresentava una fuga delle protagoniste Susan Sarandon e Geena Davis dagli uomini e dalle loro imposizioni. In “La pazza gioia”, Ramazzotti e Bruni Tedeschi non accettano lo spazio ristretto che ha imposto loro la società di appartenenza. Bellissima la fotografia curata da Vladan Radovic. Alcuni scatti, che Paolo Ciriello ha effettuato sul set, sono in mostra fino al 5 giugno alla casa del Cinema.

Clara Martinelli