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La guida definitiva ai dieci migliori videogiochi arcade di sempre

Sentite la mancanza dei cari vecchi pixels? Siete stanchi delle esplosioni in alta definizione e avete voglia semplicemente di dare pugni contro un muro di pixels o mangiare palline colorate? Volete mettervi nei panni di un ninja e lanciare shuriken come se non ci fosse un domani? Abbiamo quello che fa per voi perché, se i vecchi giochi arcade sono la domanda, questo sito è la risposta.

Ecco una lista che contiene dieci classici arcade assolutamente imperdibili.

MARIO BROS. – Non potevamo non iniziare dal super idraulico. Nel 1983 Mario Bros. rappresentò una vera e propria killer application, derivata dalla serie di Donkey Kong ma destinata a superarla col passare del tempo. Ecco che i celebri tubi si fanno strada nel mondo videoludico, ne fuoriescono nemici da calciare via, tartarughe pericolose da usare come arma impropria e il tremendo blocco POW: vera manna dal cielo in caso di difficoltà. Anche il compagno di merende Luigi fa la sua apparizione nella modalità due giocatori. In base alle esigenze, può essere un alleato o un nemico, l’ideale per una partita competitiva. Curiosità: è possibile giocare ad un versione migliorata di Mario Bros. grazie all’e-Reader della Nintendo, scannerizzando delle card speciali, si sbloccano livelli aggiuntivi e nuove abilità.

DOUBLE DRAGON – Double Dragon è il primo vero grande picchiaduro a scorrimento di successo. Nel 1987 i fratelli Billy e Jimmy – ispirati dai film di Bruce Lee – devono destreggiarsi nelle strade di una New York violenta e malfamata; i più cattivi tra i cattivi sono i Black Warriors, che rapiscono l’amica del duo, Marian, chiedendo in cambio l’insegnamento di mosse speciali. Pugni, calci volanti, ginocchiate sullo stomaco, mazze da baseball, fruste e piedi di porco, come se piovesse. Assolutamente un cult del genere. Curiosità: Double Dragon è stato progettato da tre persone, le stesse dietro Karate Champ, altro titolo picchiaduro del 1984.

PANG – Quante monetine spese per Pang? Mai troppe. Pubblicato da Capcom nel 1989, dà il meglio se giocato in squadra. L’obiettivo è far scoppiare i palloni per ore di divertimento assicurato. È possibile selezionare vari paesaggi da inserire come sfondo, tra cui il Monte Fuji, Parigi, Kenya, Antartide ma una sola scelta è d’obbligo: non farsi colpire dalle bolle colorate. Arpioni e mitragliatrici sono le nostre armi d’attacco ma anche di difesa quindi riflessi ben attenti. Semplicemente irrinunciabile. Curiosità: alla fine di ogni livello ci sono delle schermate con i punteggi e i personaggi in pose di vittoria, disegnati con il classico stile di Akira Toryama (Dragon Ball; Dottor Slump e Arale).

Q*BERT – Alzi la mano chi ha capito che animale (o cosa) sia Q*bert. Una delle più grosse icone del mondo videoludico arcade è una sorta di palla con due zampe, due occhi e un naso a forma di tromba che per almeno due anni, 1982 e 1983 (anno del crac dei videogiochi), monopolizzò l’intero settore e non solo: pupazzi, giochi da tavolo, giochi di carte e flipper in cui a dominare la scena era solo lui. La schermata di gioco di Q*bert è tra le più famose: una piramide formata da cubi di tre colori; per avanzare di livello occorre allineare cromaticamente i cubi saltandoci sopra. Ovviamente, come gli arcade ci insegnano, andando avanti la difficoltà aumenta grazie all’arrivo di ospiti inattesi. Serpenti, gremlins o frutti dispettosi, rendono la vita dura e obbligano a cadere nel vuoto. E qui, con il classico verso “@!#?@!” abbiamo di fronte uno dei game over più caratteristici dei videogames. Curiosità: In Futurama il clone del professor Hubert Farnsworth si chiama Cubert Farnsworth.

PAC-MAN – Insieme a Tetris, il concetto generale di videogioco, anche per i non affezionati, si può esprimere con la creatura sferica gialla. Pac-Man nel 1980 diviene simbolo del nuovo divertimento: un vero boom. Mangiare tutte le sfere ed evitare i fantasmi è l’obiettivo principale. Ne sa qualcosa Billy Mitchell che nel 1999 segnò il record massimo di 3.333.360 punti. Tohru Iwatani, creatore del gioco, derivò l’idea di Puckman osservando una pizza a cena: mancava una fetta. Il termine deriva da una parola giapponese che significa “chiudere e aprire la bocca”.
Al suo arrivo sul mercato, esplose una vera e propria Pac-mania, forse per la sua intrinseca diversità: non era violento, era molto “semplice” da giocare (visto il solo utilizzo di una mano su una manopola) ed era richiesta una certa intelligenza per capire i vari percorsi da seguire, a differenza di altri titoli in cui i riflessi pronti erano tutto. Curiosità: Il gioco, nel momento del lancio, pesava appena 24 KB.

GHOSTS‘N GOBLINS – Uno dei giochi più cupi e tenebrosi e, allo stesso tempo, più ironici del 1985. Il nostro cavaliere, Arthur, si scontra con orde di zombie, pipistrelli, orchi e demoni per finire spesso in mutande, visto che basta solo un colpo a far scomparire la nostra armatura, lasciandoci ignudi dinanzi al pericolo. Uno stratagemma niente male per far sì che il personaggio non muoia in un colpo solo. Arthur parte verso alla volta del castello di Astaroth perché deve salvare la principessa Ginevra (Prin Prin nella versione giapponese), tutto quindi in salsa Super Mario con la sua Peach. Lance, torce, scudi e croci sono i nostri rinforzi, che possiamo recuperare dai mostri che uccidiamo nel cammino. Un classico dall’alto tasso di difficoltà ancora oggi. Curiosità: Prin Prin è un’onomatopea che, secondo i giapponesi, rappresenta il rumore di un sedere che fa un bel movimento.

SHINOBI – Il ninja per eccellenza nei videogiochi. Nel 1987 rappresentò un successo commerciale dovuto alla sua versatilità di gioco. Il ninja Joe Musashi deve liberare i bambini rapiti dalla Zeed, una potente organizzazione criminale, che ha intenzione di restaurare le istituzioni dell’allora Giappone feudale: stravagante, vero? In questa missione siamo obbligati a ragionare, prima di compiere qualunque mossa, al fine di essere il più possibile efficaci contro i nemici. Un gioco che si distacca dalla frenesia dei suoi predecessori, o anche successori, e si instaura a metà tra il raziocinio e l’attacco più sfrontato. Un platform eccezionale che si sviluppa su più piani unendo lotta e riflessione per un vero must play. Curiosità: Joe Musashi, l’eroe dell’avventura, è un ninja privo però del cappuccio, dettaglio insolito per l’ideale immaginario comune.

LEMMINGS – Nel 1991 esce una pietra miliare di genere, che potremmo definire seminale arcade/rompicapo/puzzle game/tutto, ovvero Lemmings. Una idea tanto semplice quanto originale a creere il mito di questo titolo indispensabile. La missione? Salvare omini blu dai capelli verdi prima del loro suicidio, attraverso l’istruzione e l’addestramento. Che cos’è che rende così originale l’idea? Tutto nasce da alcune teorie sorte in seguito all’uscita di White Wilderness, documentario Disney: pare che si fosse diffusa l’idea che i lemmings, piccoli roditori paffutelli, fossero soliti suicidarsi durante le migrazioni. Dettaglio né smentito né confermato. La teoria è diventata terreno di gioco, l’obiettivo è agire contro il tempo e contro gli errori. I nostri piccoli amici devono svolgere più mansioni e diventare scalatori, paracadutisti, bombaroli e minatori. Non senza qualche sacrificio. Curiosità: Il gioco porta la firma di DMA Design, in seguito Rockstar North, creatrice di un altro best seller come Grand Theft Auto.

METAL SLUG – Molto più recente ma con un’importanza siderale è Metal Slug, il lumacone metallico. Insieme ai suoi successori, Metal Slug 2 ed X, monopolizzò le sale giochi sul finire degli anni ’90, diventando un classico degli sparatutto a scorrimento. Dal cabinato, Marco, Eri, Tarma e Fio – personaggi entrati nella storia – devono lottare contro un despota tiranno, utilizzando qualsiasi arma: mitra, lanciafiamme, laser, granate o carri armati. Un richiamo forte alla guerra reale, in cui ci si ritrova ad affrontare il perfido Generale Morden – un personaggio un po’ Saddam Hussein, un po’ nazista – che con il suo vessillo tenta di guadagnare il potere totale. In ogni dove spuntano prigionieri barbuti da salvare e nascondigli cespuglio a cui sparare. Più superstiti, più punteggio. La sfida all’ultimo segreto è solo l’inizio. Curiosità: alla fine di ogni missione, se sono stati tratti in salvo dei prigionieri, appare una lista con i loro nomi che nella realtà sono quelli di chi ha contribuito a sviluppare il gioco.

CRAZY TAXI – Nel 1999 arriva uno dei simulatori di guida più divertenti di sempre. Cabinato rigorosamente con pedali e volante, la missione di questo titolo è quella di portare a spasso il più alto numero di clienti possibile. Tutto nella norma se non fosse che si può fare quello che si vuole: andare a sbattere contro un muro, correre su un marciapiede, volare su una rampa, sono solo alcune delle opzioni permesse. Ed ancora, clienti da recuperare sott’acqua, in un parcheggio o sulla cima di una scalinata, il tutto da portare a termine con gli occhi al timer che scorre. Un gioco assurdamente spassoso e colorato, una presenza fissa in ogni vecchia sala giochi. Curiosità: premendo insieme il tasto per accelerare, frenare e quello del cambio, si sblocca una sorta di calesse, come mezzo alternativo al taxi comune.

La guida è realizzata da Andrea Ludovici