Storia

La Frontiera Spezzata

50 anni fa l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, un caso ancora irrisolto ed avvolto dal mistero

Il 22 novembre 1963, nella Dealy Plaza, a Dallas, in Texas, alle 12.30 ora locale due colpi di fucile alla testa posero fine alla vita del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Alle 13.50, in un cinema nei paraggi, venne arrestato Lee Harvey Oswald, un ex marine defezionista, con l’accusa di aver ucciso un poliziotto. Alle 23.30 l’accusa cambiò e venne incriminato per l’assassinio del Presidente. Nei due giorni di vita che gli rimasero, Oswald si dichiarò sempre innocente ma non ebbe mai modo di esporre le sue ragioni in tribunale, dato che fu assassinato a sua volta da Jack Ruby, un proprietario di night club affiliato alla mafia, che morirà per un’embolia polmonare prima di poter comparire davanti al tribunale per il suo processo d’appello e fare le rivelazioni sconcertanti che aveva promesso.

Il vice di Kennedy, il senatore del Texas Lyndon Johnson, giurò come trentaseiesimo presidente subito dopo l’annuncio della morte di Kennedy, a bordo dell’Air Force One e in presenza della vedova Jackie, che ancora indossava il celebre tailleur rosa di Chanel, imbrattato dal sangue del marito. Quattro giorni dopo, Johnson istituì una commissione d’inchiesta presieduta dal giudice della corte suprema Earl Warren.

Il nuovo presidente dispose inoltre, di lì a poco, l’invio in Vietnam di truppe di terra, cosa che Kennedy si era sempre rifiutato di fare, dando inizio al coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in quella guerra disgraziata.

Dopo anni di indagini e interrogatori, la commissione Warren giunse alla risibile conclusione che Oswald era il solo responsabile della morte di Kennedy e che aveva sparato dall’ultimo piano della libreria comunale usando il suo fucile Mannlicher-Carcano, che era stato trovato abbandonato proprio in prossimità della finestra, curiosamente del tutto privo di impronte digitali. Questo nonostante decine di persone testimoniassero di aver visto sparare dalla “Grassy Knoll”, la collinetta erbosa dalla parte opposta della strada rispetto alla libreria.

Quasi tutti questi testimoni ignorati morirono di morte violenta negli anni successivi, una coincidenza francamente inquietante.

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Nello zelo di supportare le conclusioni della commissione Warren, l’FBI piazzò tiratori scelti con anni di addestramento dietro la finestra da cui si supponeva Oswald avesse sparato, in modo da ricreare le condizioni di quel giorno e dimostrare che era senz’altro possibile che lui solo avesse sparato i tre colpi, un liscio e due centri, su un bersaglio in movimento in meno di otto secondi. Non riuscirono nell’intento: nessuno dei tiratori riuscì a ripetere l’eccezionale performance di Oswald, che invece era solo un tiratore modesto e che tra l’altro aveva teoricamente usato un vecchio fucile italiano del 1940 noto per la sua imprecisione, acquistato per corrispondenza e pagato l’astronomica cifra di 12 dollari, con un mirino telescopico difettoso (è agli atti che era tarato in maniera inesatta) e di scarsissima qualità, pagato 1 dollaro e venti centesimi.

Non bastassero le testimonianze ignorate, le gigantesche incongruenze e le morti sospette in serie, a rendere perlomeno contestabili le conclusioni della commissione ci sono anche evidenze filmate. Mi riferisco soprattutto al celebre filmato a colori di Abraham Zapruder, che dimostra al di là di ogni dubbio che il terzo colpo, quello che manda in frantumi la testa di Kennedy, con ogni probabilità il colpo fatale, venne sparato da un punto davanti all’auto, non dietro, come chiunque può vedere dal movimento della testa del presidente quando viene colpito, movimento che rivela anche che il colpo non può assolutamente essere stato sparato dall’alto. Ciò significa che la tesi secondo la quale i tre colpi furono sparati da un solo sicario, Oswald, piazzato all’ultimo piano della libreria, sul retro-destra del corteo presidenziale, è del tutto destituita di fondamento.

Nel 1976 la Camera dei Rappresentanti istituì una commissione, la cosiddetta HSCA (United States House of Representatives Select Committee on Assassinations), per investigare sugli assassinii di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King. Nel rapporto finale del 1978, relativamente al caso Kennedy  la commissione stabilì che le conclusioni di Warren e i suoi sodali erano errate: c’era senza dubbio un secondo sicario sulla “Grassy Knoll”. La commissione stabilì che l’omicidio era stato con ogni probabilità frutto di una cospirazione, anche se assolse sia gli organismi governativi (CIA e FBI), che la mafia, Cuba e l’URSS, dall’accusa di esserne i mandanti, demandandone la responsabilità a singoli individui che potevano fare parte di questi organismi (cani sciolti, insomma). La commissione, evidentemente condizionata da pressioni politiche, concluse che i colpi sparati furono quattro, continuò inoltre a sostenere che i due colpi fatali (il secondo e il terzo) furono sparati dal vecchio Mannlicher-Carcano di Oswald, supportando la ridicola teoria del “proiettile magico” (vedi immagine sotto).

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La ricostruzione del “proiettile magico” in JFK, di Oliver Stone

Il regista Oliver Stone nel 1991 riportò alla ribalta il caso con il suo film “JFK”, basato su diversi studi e sulle memorie di Jim Garrison.

Garrison (interpretato nel film da Kevin Costner) era il procuratore distrettuale di New Orleans, ex eroe di guerra, uomo di rigidi principi morali, politicamente conservatore. Nei giorni successivi all’attentato, tramite i suoi agganci e alcuni infiltrati nella malavita aveva raccolto un notevole numero di indizi, che girò all’FBI pensando che sarebbe stato utile indagare in quella direzione. L’FBI fu di diverso avviso e archiviò le carte inviate da Garrison. Fiducioso nell’operato della commissione Warren, Garrison ne attese le conclusioni, ma quando queste furono rese pubbliche, per nulla soddisfatto e con l’impressione che si trattasse di un gigantesco insabbiamento, decise di continuare in proprio le indagini. La pellicola racconta queste indagini e il processo che ne seguì.

Il film era considerato così pericoloso, che tutte le testate giornalistiche d’America (compreso il liberale Washington Post) cominciarono ad attaccarlo pesantemente quando la sceneggiatura era ancora in fase preliminare: un fatto unico nella storia del cinema. Una volta uscito, “JFK” ha causato un’ondata d’indignazione che non accenna ancora a placarsi: un sondaggio Gallup di non più di dieci giorni fa ha dato come risultato che meno del 30% degli americani oggi crede alla versione ufficiale secondo la quale i due colpi fatali furono sparati dal fucile di Oswald.

Da pochi giorni la director’s cut di “JFK” è disponibile in una nuova fiammante edizione Blu-Ray, assolutamente da non perdere. Certo, negli USA è uscita una ricchissima edizione commemorativa con gadget interessantissimi (tra gli altri la riproduzione di un manifesto elettorale di Kennedy dalla campagna del 1960), ma direi che ci possiamo accontentare. Come extra, nel disco è presente un documentario del 1992 da oltre un’ora e mezza, con interessantissime interviste a personalità allora ancora in vita, come ad esempio il compianto Walter Cronkite, il giornalista che annunciò al mondo la morte del presidente Kennedy o lo stesso Jim Garrison, che troviamo qui nella sua ultima intervista, letteralmente sul letto di morte (si spegnerà il 21 ottobre 1992).

A mio modesto parere si tratta di un’opera imprescindibile, che suggerisce alcune risposte ma soprattutto pone diversi interrogativi. Il personaggio dell’informatore anonimo, il mister “X” interpretato da Donald Sutherland, fa nel finale del film tre domande fondamentali a Garrison: Perchè Kennedy è stato ucciso? Chi ha tratto beneficio dalla sua morte? Chi aveva il potere di insabbiare tutto?

Pierluigi Bigotti