Arte

La diaspora degli artisti siriani

Remi Haddad, Fadi al-Hamwi, Rabee Kiwan, Raghad Mardini

BEIRUT. Sono più di un milione i rifugiati siriani che in tre anni di guerra civile hanno cercato rifugio in Libano. In questo popolo migrante ci sono anche centinaia di artisti, noti e meno noti, giovani e meno giovani, tutti in fuga alla ricerca della sicurezza.

Il paese dei Cedri, da sempre è considerato un centro culturale d’avanguardia, è un ambiente ideale per gli artisti di ogni genere. Le gallerie d’arte di Beirut dedicano continuamente esposizioni ad artisti siriani, nei programmi delle televisioni e delle radio si canta la nostalgia per Aleppo e Damasco, nei teatri si esibiscono drammaturghi e attori siriani e i registi delle serie televisive che da Damasco invadevano gli schermi del mondo arabo, danno ora il ciak nei quartieri libanesi.

Rabee Kiwan è un pittore. Nel suo modesto appartamento di Beirut continua a lavorare con la sua tecnica semplice, una bottiglia di plastica mossa rapidamente sulla tela. La guerra civile ha cambiato il suo approccio all’arte: “Prima ero solito lavorare su argomenti generali, adesso quello che faccio è più legato agli eventi e alle loro conseguenze su di me, sulla gente, su ciò che ci circonda e sulla situazione che viviamo.”

Fadi al-Hamwi è di Damasco, ora anche lui vive a Beirut. La memoria delle lunghe notti passate nella capitale siriana in rivolta lo accompagna ancora. “Ora stando al sicuro, dipingendo, scrivendo o lavorando mi arriva l’eco della gente che muore. Una situazione nella quale riesco ad ascoltare questi suoni, che arrivano da qualche parte vicino a me, ma non posso fare nulla.”

Raghad Mardini, invece, è un architetto (donna) che ama l’arte. Ama l’arte. Nel 2012 ha creato ad Aley, un paese alle porte della capitale, ARA, una residenza per artisti. Lo scopo è aiutare i giovani artisti siriani e offrire loro un posto sicuro dove lavorare.

“L’idea è di creare una sorta di piccolo museo, un posto dove le memorie della guerra siriana possano essere conservate e dove le persone possono venire a riflettere su quanto sta accadendo.” Perché in maniera diretta o indiretta nel lavoro degli artisti di Aley traspare la violenza degli ultimi tre anni e l’angoscia di un conflitto che, come molti pensano, durerà ancora a lungo.

Nel rifugio di Aley c’è Imad Habbab, 24 anni di Damasco. I suoi lavori sono grosse tele di due metri per due, dove colori, tonalità e pennellate dalle consistenze disparate s’intersecano in quello che appare come l’esplosione di una bomba. Imad racconta che quando si vive in una situazione di guerra niente è più come prima. “Inizi a pensare a tutto quello cui non avevi mai pensato e a tutto quello di cui non pensavi neanche di poter pensare.”

Ad Aley vive anche Remi Haddad, scultrice nata a poco distante da Damasco. Come molti altri artisti, quand’era ancora in Siria non riusciva più a lavorare per i bombardamenti e la tensione continua. “Sono scappata, ho trovato rifugio sui divani di amici e conoscenti, ma non riuscivo a concentrarmi. I miei genitori, la mia famiglia, le cento morti al giorno al di là del confine continuavano a tornarmi in mente. Qui finalmente sono riuscita a trovare un po’ di pace interiore.”

Il critico d’arte Sami Daoud, in Libano dal Kurdistan iracheno, ritiene che gli artisti siriani svolgano un ruolo essenziale per il futuro del Paese. “La politica in Siria – afferma con durezza – ha venerato la violenza, l’ha trasformata in qualcosa di sacro. La violenza è diventata un dio. Quando la violenza diventa un dio, l’essere umano torna a uno stadio primitivo barbarico. A difendere la società in questa situazione è l’arte in tutte le sue forme. Per preservare l’inclinazione umana, il seme dell’umanità. Così che in futuro potremo costruire di nuovo una società civile.”

Mauro Pompili

Foto Credit: Antoine Entabi