Cinema

“La casa delle estati lontane” di Shirel Amitaï, finalmente in Italia

Ambientato in Israele, tre sorelle alle prese con il passato nella casa della loro infanzia

La casa delle estati lontane” è un film molto poetico della regista e sceneggiatrice esordiente Shirel Amitaï, assistente di Jacques Rivette. Film del 2014, in Italia è uscito solo di recente.

Géraldine Nakache (Calì), Judith Chemla (Asia) e Yael Abecassis (Darel), attrici dai volti intensi ed espressivi, nel film sono tre sorelle trentenni francesi che, dopo la morte dei genitori, ritornano nella vecchia casa delle vacanze nel loro villaggio d’origine, Atlit, in Israele, con l’intenzione di risistemarla per venderla. Una villetta che le ha viste bambine, un luogo della memoria, dall’aria ormai abbandonata, con un giardino incolto, pieno di erbacce dove si muovono presenze ingombranti. Le anime della carismatica Mona (Arsinée Khanjian) e Zack (Pippo Delbono), i loro genitori, fanno ancora sentire le proprie opinioni, apparendo e parlando alle loro figlie. Si aggiungono anche un ragazzino palestinese e l’asino Rasputin, amato compagno di giochi dell’infanzia. Sono veramente presenti oppure si tratta solo di proiezioni dei ricordi da parte delle sorelle?

Tra litigi, fughe, allegria, dubbi, ritorni, contrasti vecchi e nuovi, riconciliazioni con il passare dei giorni Calì, Asia e Darel capiranno che il passato si coniuga con il futuro e saranno pronte a prendere decisioni diverse. Un film tutto al femminile, con figure maschili marginali, che ha come sfondo i fatti avvenuti realmente in Israele nel 1995, anno in cui è ambientato, durante il complicato processo di pace tra arabi e israeliani, nei giorni in cui il primo ministro Yitzhak Rabin venne ucciso da uno studente sionista. D’impostazione teatrale, come dimostra anche la presenza del bravissimo Pippo Delbono, girato quasi esclusivamente negli interni della casa e nel giardino, la narrazione si articola soprattutto sul dialogo e sui nodi irrisolti delle tre sorelle, tra di loro e dentro di loro. Il voler riportare ordine in un luogo disabitato da tempo, togliere le erbacce, i rami secchi diventa soprattutto un percorso da compiere nell’animo e nella vita di Calì, Asia, e Darel.

Il rischio di una sceneggiatura così improntata sull’interiorità è quello di creare discontinuità e forzature, ma “La casa delle estati lontane” porta a riflettere quanto conta il passato per trasformare il presente. Non occorre separsene completamente, ma neppure restarne tenacemente attaccati, serve piuttosto ripensarlo con obiettività e autonomia. La libertà data loro dai genitori artisti (la madre era una scultrice) e le esperienze vissute hanno prodotto tre personalità diverse: Calì è molto pratica e determinata; Darel, sposata, vive in Canada, madre di due bambini, ha una morbidezza accudente dovuta alla maternità e al fatto che è la sorella maggiore; Asia è leggera e proiettata verso le filosofie orientali, con la vendita della casa vuole pagarsi un viaggio in India. Un momento molto commovente lo si vive nel finale del film, quando le sorelle decidono di andare a Tel Aviv, per partecipare alla manifestazione per la pace con  Yitzhak Rabin. Mentre sono in auto ascoltano alla radio la notizia che è stato assassinato. Bloccano la macchina e si abbracciano in lacrime con altre persone che per lo stesso motivo si sono fermate e sono scese dalle automobili. Ecco, il caos, quello storico, che non è possibile riportare all’ordine, neppure con un grande sforzo di volontà. Basta una scheggia impazzita per vanificare tutto.

Clara Martinelli

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