Monografie

Johan Crujff, il profeta del gol

La cosa peggiore è vincere 1-0, giocando a casaccio, tutti all’indietro, maltrattando la palla, cercando il fallo, nella convinzione che questa sia la strada

«Quando allenavo l’Ajax e il Barcellona, la mia migliore ricompensa era sapere che giocavamo il calcio più bello del mondo».

Crujff ha un cancro ai polmoni, ha 68 anni, e dal 1973 vive a Barcellona. Da allenatore, ha guidato per tre anni l’Ajax (dal 1985 al 1988), e per otto anni il Barcellona (dal 1988 al 1996).

Cruijff agisce sulla mentalità del club catalano: non nasconde avversione per i tecnici “diplomati” deviati dal loro carrierismo, disposti ad anteporre il risultato all’apprendimento; disprezza il tatticismo («Il peggio è vincere 1-0, giocando a casaccio, tutti all’indietro, maltrattando la palla, cercando il fallo, nella convinzione che questa sia la strada»); la tecnica è felice strumento di autoconoscenza.

Il suo dettame sportivo è: la libertà non fa a pugni con lo schema.

Nella stagione 64/65 Rinus Michels è il nuovo trainer. «Michels insiste sull’importanza di infondere ai ragazzi una mentalità costruttiva – scrive Sandro Modeo -, vuol dire che il piacere di un gioco tecnico è il miglior strumento per trasmettere al singolo e al gruppo coraggio, autostima, sicurezza». Un esempio fulgido della rivoluzione del lancieri erano i movimenti di Johan Cruijff, di fatto un falso nove, ma in grado di muoversi a tutto campo sulla scorta dello sviluppo dell’azione. «Cruijff non è l’uomo in più perché dotato di qualità tecniche superiori, come Di Stefano o Puskás – scrive Arrigo Sacchi -. È l’uomo in più perché il suo continuo intervento nel gioco moltiplica le soluzioni».

I compagni si adattavano ai suoi movimenti, scambiandosi di posizione in maniera regolare. Fino ad allora, sia il Sistema, che il Catenaccio milanese era fondato sulle marcature a uomo, che vuol dire: ruoli rigidi, e specializzazione. In Italia si parla di fantasista, stopper roccioso, mediano di rottura, facendo intendere la specializzazione dei ruoli. Nel calcio Olandese il focus è lo spazio: la fantasia non è concentrata in un solo giocatore, ma è una funzione trasversale, per cui ognuno degli undici nel suo spazio deve difendere, attaccare, inventare. Inoltre tutti sono chiamati a giocare le due fasi di gioco, quella di possesso e non possesso palla, ossia a recuperare palla quando la perdi, e a giocarla quando ce l’hai.

Avete mai visto Gianni Rivera tentare il recupero di un pallone perduto? E Cesare Maldini dettare un triangolo scattando in profondità? Non è mai successo perché si trattava di giocatori addestrati a fare una sola cosa, e a farla bene. Naturalmente Crujiff, ripudia un metodo disposto a cedere sul piano della autorità di gioco. Fa parte di un nuovo tipo di giocatori estremamente intercambiabili; non si tratta di fenomeni, ma di buoni giocatori che si muovono in maniera organizzata. Crujiff stava anticipando quella rivoluzione culturale che portò – dalla fine degli anni 70 e lungo il decennio 80 – alla riorganizzazione aziendale globale. Le aziende più grandi avevano raggiunto dimensioni mastodontiche, il cui controllo stava diventando assai difficile con un modello burocratico a piramide, per cui le decisioni calano dall’alto via via verso il basso, lungo una estesa catena di dirigenti intermedi.

Il risultato fu di fatto l’ingovernabilità del sistema, incapace di rispondere in tempo reale alle sollecitazioni del mercato. Aziende piccole e dinamiche potevano mettere in difficoltà colossi almeno venti volte più grandi. La ristrutturazione portò le aziende a tagliare nettamente le dirigenze intermedie, a suddividere i processi produttivi in unità piccole e dinamiche, in cui le decisioni sono prese dal gruppo attraverso negoziazioni orizzontali. Dal grido “Ognuno deve fare il suo mestiere”, si passa allo slogan “Tutti devono saper far tutto”.

La globalizzazione ha reso irreversibile questo processo, rendendo di fatto permanente la rivoluzione ‘orange’. Gli unici a non seguire il vento sono gli stati sovrani, che di fatto stanno ritardando l’adeguamento organizzativo, con il risultato che l’eccessiva burocratizzazione della macchina statuale rende di fatto incontrollabile la dinamica di crescita del debito.

Tutto questo è cominciato con una squadra di calcio?

Sì, e Johan Crujff è stato il profeta di questa rivoluzione, una rivoluzione allegra, fatta di capelli lunghi, e una ventata di fresca giovinezza ribelle. La carriera da allenatore di Cruijff si interruppe presto, a neppure 50 anni, a causa dei suoi problemi di salute. Una vita al limite? Forse. «Non credo che la mancata vittoria della Coppa del Mondo rappresenti una macchia nella mia carriera – confida Crujff -. Ho comunque vinto moltissimo, e in ogni caso, sono convinto che i risultati non siano l’unica cosa che conta nel calcio. Lo spettacolo è molto più importante».

Libertà e organizzazione sono inscindibili, secondo la filosofia in base alla quale un uomo in uno spazio aperto, è certamente libero, ma allo stesso tempo bloccato dalla vastità entro cui si situa. Date ad un uomo uno spartito, e subito comincerà a muoversi: è libero, perché si lascia ordinare nello spazio dal compagno, e dal direttore d’orchestra.

Questa è libertà. Questo è Johan Crujff.

Vincenzo Carboni