Storia

Il Novecento

La stupefacente bellezza del filo d’oro artistico che attraversa il novecento fu obnubilata dalle atrocità che cambiarono la storia dell’uomo, ne modificarono i sentimenti, le relazioni globali e la psicologia, dando vita ad un uomo nuovo

La Belle Époque è il sipario che apre lo sguardo sul novecento. Cento anni di straordinario avanzamento tecnologico che hanno reso le distanze più brevi, le relazioni più immediate, la medicina più efficace, i confini dell’uomo più estesi. Il secolo breve, velocissimo come uno dei cardini del Futurismo marinettiano, trova appagamento intellettuale nelle Avanguardie: Umberto Boccioni Giorgio De Chirico, futurismo e metafisica, surrealisti  e dadaisti.

Nelle arti figurative ebbe luogo una esplosione di modernità che fu l’immagine della nuova era. Nei primi decenni del secolo anche la letteratura toccò il suo apice con ProustJoyce e Kafka. Dopo nessuno è riuscito a pronunciare parole nuove, non si è più scritto ma riscritto, stornando il pensiero dalla Recherche, dall’Ulisse e dalla Metamorfosi, forse per non correre il rischio di deporre la penna anzitempo.

La stupefacente bellezza del filo d’oro artistico che attraversa il novecento fu obnubilata dalle atrocità che cambiarono la storia dell’uomo, ne modificarono i sentimenti, le relazioni globali, la psicologia, nacque un uomo consapevole della immensa forza concessagli dalle tecnologie e dalla scienza.

La Grande Guerra fu il primo mattatoio globale (rimando al mio saggio su “Gli scrittori e la Grande Guerra”), il primo conflitto tecnologicamente avanzato dove si impiegarono armi dall’elevatissimo potenziale distruttivo. Dopo l’ultimo rombo di cannone si contarono circa dieci milioni di morti. Dal Trattato di Versailles del ’19 al 1939 ci furono venti anni di preparazione ad una nuova guerra, ancor più sconvolgente e globale.

Il secondo conflitto mondiale ha fornito all’uomo armi in grado di annientare ogni forma vivente,  la desertificazione delle città giapponesi Hiroshima e Nagasaki ha aperto le porte dell’era nucleare. Una soglia oltre la quale tornare indietro non è stato più possibile.

Il filosofo/politologo Norberto Bobbio sostenne che dopo le stragi nucleari “siamo, almeno in potenza, tutti quanti obiettori di coscienza”. Affermando l’inammissibilità di una nuova guerra, a fronte di un potenziale distruttivo che può sfuggire ad ogni controllo estinguendo la vita sulla terra.

A partire dal 1917 abbiamo assistito a un esperimento sociale volto proprio a realizzare quel paradiso a cui si accennava: La rivoluzione bolscevica e la tragica epopea del comunismo sovietico si sono rivelate una trappola mortale, anziché un paradiso l’uomo ha generato l’inferno. Quel mondo comunista non fu quello delineato teoricamente dai filosofi Marx e Engels nel celebre Manifesto. Un inferno che divora gli uomini tra i ghiacci dei gulag siberiani. Una vivida testimonianza dell’orrore concentrazionario del regime stalinista discende da Varlam Salamov (rimando al mio saggio “Il sangue della Kolyma: Varlam Salamov”). Uno scrittore altissimo che ebbe in sorte di vivere e raccontare uno degli orrori più intensi e vasti che l’umanità abbia escogitato.

Il novecento ha tenuto a battesimo i sistemi totalitari, forme di governo mai apparse prima sulla terra. I totalitarismi nascono dalle pretese totalizzanti della politica quando persegue l’obiettivo di sostituirsi alla religione e di intervenire direttamente sulla coscienza e sull’intimo delle persone. I movimenti totalitari mirano a organizzare le masse, non le classi come i vecchi partiti di interessi. Grazie ad una propaganda tentacolare intridono il tessuto sociale penetrando nei nuclei familiari, divenendo parte del discorso quotidiano e plasmando una forma mentis per la quale ogni azione compiuta dal governo totalitario è indiscutibilmente giusta.

L’apice dell’abominio, legato a filo doppio con i regimi totalitari, è rappresentato dall’Olocausto che nasce dal feroce antisemitismo dei capi di partito. Il terzo Reich di Hitler in ossequio ai dettami di ogni totalitarismo, aveva come obiettivo non solo il dominio assoluto del pianeta, estendere lo spazio vitale attorno a Berlino, ma la purificazione della razza attraverso l’eugenetica. Non si accontentava di vincere la guerra e germanizzare il mondo, doveva epurare le razze ritenute inferiori: ebrei, zingari, omosessuali, uomini di colore, oppositori politici e “malriusciti” (portatori di handicap).

Di olocausti e stragi è intarsiata la storia dell’uomo e chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulle vicende storiche e sulla politica, non solo su quelle del novecento, non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre svolto negli affari umani.

Il novecento, come previsto da Lenin, è diventato un secolo di guerre e di rivoluzioni, cioè un secolo di quella violenza che è correttamente ritenuta essere il loro comune denominatore. Lo sviluppo tecnico degli strumenti della violenza raggiunse un punto in cui nessun obiettivo politico avrebbe potuto ragionevolmente giustificarne l’impiego. Due guerre mondiali in una generazione, separate da un’ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzioni, si  sono risolte nella previsione di una terza guerra mondiale fra le due grandi potenze rimaste in lizza.

L’apocalittica partita a scacchi fra le superpotenze, URSS e Stati Uniti, cioè fra coloro che si muovevano sul piano più elevato della nostra civiltà, si gioca secondo la regola per cui “se uno dei due vince è la fine per entrambi”.

Da un lato le democrazie capitalistiche e dall’altro il socialismo reale sovietico. La guerra psicologica dei blocchi contrapposti ebbe fine nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica degli anni seguenti.

Il novecento, come disse la filosofa Hannah Arendt, ha conosciuto la natura radicale del male: L’antisemitismo (non il semplice odio contro gli ebrei), l’imperialismo (non la semplice conquista), il totalitarismo (non la semplice dittatura) hanno dimostrato che la dignità umana ha bisogno di una nuova garanzia, che si può trovare soltanto in un nuovo principio politico, in una nuova legge sulla terra, destinata a valere per l’intera umanità, pur essendo il suo potere strettamente limitato e controllato da entità territoriali nuovamente definite.

Il secolo dei lumi, il glorioso settecento con il suo Illuminismo, ha assistito alla violazione di tutti i diritti conquistati dalla Rivoluzione francese. Voltaire, Rousseau, Diderot, D’Alambert trattati come i saltimbanchi della storia in vena di frottole. I principi di libertà, fratellanza e uguaglianza, persino il diritto di esistere di interi popoli, furono ingoiati dalle violente forme di governo del novecento.

L’umanità fu spinta a ritroso di molti secoli, immersa nella barbarie e alla mercé di una politica oltremodo ambiziosa. La grande lezione del XX secolo è un’esortazione a renderci conto che è folle compromettere il bene inestimabile della pace per cercare illusori paradisi che portano, come le vicende hanno dimostrato, alla tirannia e allo sterminio.

Giuseppe Cetorelli