Musica

Ho visto degli svizzeri felici

Il live dei National a Zurigo

Porta il cuore stropicciato, gli occhi stanchi, la caviglia distorta al Maag Halle e mettili a sedere nella pioggia di un autunno in anticipo. Quando sarai comodo, inizierai a gioire di non essere a Roma ché tutti ti hanno parlato male dell’acustica del live dell’Auditorium, ché qualcuno ti ha detto che le canzoni sono tutte uguali e che nessuno non dirà “A Berninger, facce Rimmel” per il nuovo look alla De Gregori.

Elegante, come sempre.

Ubriaco, come sempre.

Si può pensare a lungo alle critiche tipo essere poco frontman, tipo essere assente, tipo non essere intonato e tipo mi sono domandata se sono fortunata o se chi scrive guarda troppo allo smartphone e poco al palco: ma come si fa a fissare uno schermo se, quel biondo con le gambe secche, decide per l’ennesima volta di lanciarsi, di vedere dalla sala com’è il palco, di percorrere le sorti di un categorico filo di Arianna che tutti accompagnano, composti come un rito?

Ecco cos’è un live dei National: un rito.

Un rito che schifa metafore di vulcani, incendi, esplosioni, bombardamenti, riti tribali e qualsiasi altra cosa pronta a imprimere distruzione. Si deve ammettere che Mr. November ha deliberatamente sollevato il tetto della sala ma nessuno l’ha notato perché la catarsi ha rapito l’attenzione dal cielo e le stelle tutte a terra a ballare: ed è lì che ho visto degli svizzeri felici. L’abbraccio cercato col pubblico sudato, viziato, cosparso di vino lanciato ad abbattere qualsivoglia barriera. Le mani, invitate dai fratelli Dessner, ad accompagnare l’iperbole eterogenea partita da Don’t Swallow the cap e finita con l’esecuzione intima di Vanderlyle Crybaby Geeks: via il microfono rivolto verso il pubblico e sì al coro per spiegare tutto, ogni cosa e di più agli imbranati perché all the very best of us string ourselves up for love.

E la band di Brooklyn ne ha fatto o no un catalizzatore?

Dell’amore terribile, delle storie di cui non si vuole essere fantasmi, dei demoni, dei tappi da non ingoiare per non soffocare, dell’ignifugo tra i due che polverizza l’altro e delle ferite che nemmeno Harvard può insegnare ad evitare.

Berninger è versi di Pavese e ogni volta rivive il dolore come una cosa antica e selvaggia, che il cuore già sapeva. Ogni volta è uno strappo. Ogni volta si contorce e sono microfoni da sbattere in testa, sulle gambe, sono sguardi estatici a terra, falcate nell’introspezione, amici a cui urlare di non preoccuparsi, parole piene di vino e mai una nota stonata. Mai. In un’esecuzione perfetta. Con un sublime apparato alle spalle arricchito dai fiati e dall’essere un mantra non a tutti accessibile. E buona pace per tutti loro.

Alessandra Cristofari | Foto: Rosa Paolicelli