Cinema

Dal Film Festival di Torino, un resoconto sul Cinema. 3 i film premiati

Un francese, un ungherese e un italiano; non è l’incipit di una barzelletta ma la nazionalità di provenienza degli autori delle pellicole vincitrici, diversi tra loro per il linguaggio, stile e temi affrontati

Si è da poco conclusa la 32° edizione del Torino Film Festival, vediamo quindi di fare un po’ di chiarezza su una delle rassegne più interessanti del panorama cinematografico italiano.

Registrando un incasso complessivo di 259.000 euro con un afflusso di 90.000 spettatori, quest’ultima edizione del Tff fa ben sperare e riflettere su un mondo come quello dei festival spesso lasciato in disparte dalle grandi case di produzione e distribuzione cinematografiche.

Le interminabili file per le proiezioni e la valutazione positiva degli spettatori dimostrano la voglia da parte del pubblico di prediligere film di spessore, leggermente ricercati ma soprattutto non necessariamente intrisi di effetti speciali e cast stellari.

Le sale cinematografiche del Reposi e del Massimo, registrando diversi “sold out”, hanno dovuto rimbalzare tantissime persone causando un malcontento generale soprattutto tra il “popolo dei biglietti blu”- gli accreditati appunto.

Il numero delle sale a disposizione, infatti, causa mancanza fondi, è sceso da 11 a 9, con una disponibilità di posti scesa da 2910 a 2347, ma il risultato è comunque positivo. Tralasciando le cifre pazze, quello su cui vorrei soffermarmi sono i proprio i film protagonisti di questo festival… quindi onore al merito e soprattutto ai vincitori!

La giuria del Concorso Internazionale Lungometraggi, composta da Ferzan Ozpetek, Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi, ha assegnato i seguenti premi:

Miglior Film (€ 15.000) a: Mange tes morts di Jean-Charles Hue (Francia, 2014)

Premio Speciale della giuria, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (€ 7.000) a: For Some Inexplicable Reason di Gábor Reisz (Ungheria, 2014)

Menzione speciale della giuria a: N-Capace di Eleonora Danco (Italia, 2014)

Un francese, un ungherese e un italiano – che non è l’incipit di una barzelletta ma la nazionalità di provenienza degli autori delle pellicole vincitrici, diversi tra loro per il linguaggio, stile e temi affrontati, presentano tuttavia un unico denominatore. I tre film dimostrano in pieno che con scarsissimo budget ma con tantissima passione per quest’arte si può creare qualcosa di unico e toccante.

Un festival di giovani esordienti che con coraggio ci raccontano le loro personali esperienze smascherando, allo stesso modo, i più bassi e vili comportamenti umani. Tre film che si pongono come tre opere di grande sincerità, sensibilità, amore e denuncia nei confronti dello spettatore.

Ma andiamo con ordine: Mange tes morts che si aggiudica il premio come Miglior Film di Jean-Charles Hue è la storia di Frédéric Dorkel, un rom che viene arrestato per aver ucciso un poliziotto quando era un adolescente. Uscito dal carcere, dopo quindici anni fa ritorno nella sua comunità deciso a riprendere il comando della famiglia e del campo nomade, scontrandosi inevitabilmente con il fratello mezzano per la conquista del potere. Un road movie sorprendente che è anche “un noir, atipico, sporco e ispido, con una seconda parte travolgente tutta su quattro ruote, nera come la pece… e come il destino del protagonista”. Un film riuscitissimo, dove suspence e azione si mescolano alla violenza e al dolore raccontandoci l’inquietudine di un uomo in gabbia e senza radici che vuole sentirsi libero a tutti i costi.

Mange tes morts è un detto popolare sic, un guanto di sfida, una promessa di morte, ma soprattutto è un urlo disperato di un popolo che vive ai margini della società. Argomento molto caro al regista Jean-Charles Hue – ricordiamo che i suoi antenati erano dei nomadi – che a questo tema ha già dedicato un altro lungometraggio con l’intento di farne una trilogia.

Presentando il film come una lenta discesa agli inferi dove i protagonisti si aggirano nel buio e nella totale oscurità; non a caso le uniche scene di luce saranno quelle del battesimo del fratello minore, il regista avrà certamente voluto parlare di sé. Ma questo non possiamo saperlo, durante il film non abbiamo il tempo di chiedercelo, veniamo completamente assorbiti dalla narrazione, cambiando idea di continuo in un altalenante duello tra bene e male.

Premio speciale della giuria invece va a For Some Inexplicable Reason opera prima di Gábor Reisz vincitore morale del festival, per aver dato vita a un personaggio fantasioso e goffo, un eterno Peter Pan che non vuole crescere e che non sa cosa vuole fare della propria vita, troppo impegnato a farsi stupide domande esistenziali, per scrivere un curriculum. La sua fantasia e il suo umorismo ci travolgono all’interno del film che ci stupisce per la sua regia attenta in grado di raccontarci con toni surrealistici una commedia sullo smarrimento giovanile. Il protagonista, Aron, non agisce mai in tutto il film, ma si lascia semplicemente trasportare dagli eventi.

La pellicola inizia e Aron muore, ma non muore veramente, fa finta di morire accasciandosi a terra. Muore per strada, al parco, in metro. Aron muore perché Ester l’ha lasciato e ogni volta che ci pensa muore.

La cosa interessante è che ogni volta che muore nessuno fa niente per aiutarlo, i passanti, lo spazio scenico… tutto intorno a lui sembra non accorgersi della sua esistenza. Aron ci parla di se stesso, della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi modi impacciati quasi alleniani di approcciarsi alle ragazze, quell’universo a lui così misterioso e sconosciuto.

Il colpo di scena, se così si può definire, sarà quando per sbaglio, dopo una nottata alcolica, compra un biglietto per Lisbona. A questo punto Aron prende la palla al balzo e decide così di farsi fare la valigia da sua madre e… partire! Lasciandosi tutto alle spalle. Ester compresa.

Gábor Reisz realizza così un ritratto onesto di un quasi trentenne che non ha paura di apparire agli occhi del pubblico né un bamboccione né un fallito… Aron fa solo ciò che gli va di fare… niente. Il suo stile, a metà strada tra la commedia dell’assurdo di Gondry e le simmetrie perfette di Wes Anderson, affronta con un cinico umorismo la totale mancanza di responsabilità che è intrisa in ogni essere umano, ungheresi compresi. Tutto è originale e divertente in questa pellicola, compresi i titoli di coda, con i quali il regista rende omaggio a tutti quelli che ci hanno lavorato. Se poi pensiamo che For Some Inexplicable Reason è stato girato dal regista come film per il suo diploma, non ci resta che pensare che abbiamo davanti un giovane talento di cui sentiremo ancora parlare.

Infine passiamo alla Menzione Speciale della Giuria con la seguente motivazione: “Abbiamo attribuito una menzione speciale a quest’opera prima perché dimostra di essere una grande promessa per il futuro e perché ci ha colpito emotivamente e intellettualmente con un ritratto, così lirico e penetrante, dell’Italia di oggi”.

Un film italiano, un’altra straordinaria opera prima di grande impatto e di forte spessore, realizzata da una attrice, performer, autrice di tutto rispetto: Eleonora Danco. Parlare di questo film è come parlare di qualcosa che non esiste… e se qualcosa non esiste come si fa a spiegarlo? Eleonora riesce a creare un linguaggio così assurdo e personale, una creatura unica e fragile allo stesso tempo. Unica perché non esiste un’ opera uguale a questa… fragile perché non penso che possa vivere al di fuori dei festival.

Un ritratto lirico e penetrante dell’Italia di oggi attraverso i volti e le parole delle persone intervistate che con onestà e genuina ignoranza ci insegnano tantissimo sulla vita, la morte, l’amore, Dio, il sesso, la famiglia, i film, gli omosessuali, ecc… N-capace è un’opera sospesa tra l’assurdità di De Chirico e la cruda realtà dei mangiatori di patate. Un docu-fiction ambientato tra Terracina e Roma che tenta di creare un legame o meglio un confronto tra nuove e vecchie generazioni.

Supportata dalle musiche elettroniche di Markus Acher, Eleonora si aggira per la città con un letto e un piccone interrogandosi sulla vita senza aver paura di mettersi a nudo, in tutti i sensi e in tutte le sfumature che potete cogliere da questa espressione.

Tra gli intervistati non solo sconosciuti, passanti, vecchi e bambini, ma anche suo padre. Il risultato è magnifico e sorprendente e dimostra come sia più facile essere se stessi e aprirsi con persone sconosciute che non con i propri parenti. La Danco segue le interviste con la propria voce e la sua fisicità con lo stupore di chi vede per la prima volta, con la candida curiosità di chi si chiede sempre il perché delle cose, ma anche con l’onirica pretesa di dare un senso a questa realtà.

Tre film, come detto, differenti tra loro ma con un comune denominatore, una passione per la Settima arte sconfinata e sincera che sembra urlare al mondo: svegliatevi! Per fare film non c’è bisogno di enormi budget, ci vogliono idee e persone sensibili che sappiano esprimerle.

Alice Coiro