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Correndo con le forbici in mano di Augusten Burroughs – recensione

Correndo con le forbici in mano è un cocktail di tutto ciò che degli Stati Uniti è esagerato, ridicolo, over size e sopra gli schemi, in buona sostanza è un’americanata. Il libro è sceneggiatura da sit-com ben scritta, un racconto dai ritmi comici televisivi al quale mancano solo gli effetti sonori delle risate registrate in sottofondo.

Siamo in una piccola cittadina del Massachusetts alla fine degli anni ’70 e il protagonista è Augusten, un ragazzino di 13 anni con la passione per gli abiti in poliestere, un’ossessione per i propri capelli e una ricca collezione di foto di gioielli ritagliati dalle riviste di moda e alla moda. Il nostro Augusten vorrebbe diventare un dottore per via del fascino del camice bianco , ma vorrebbe anche diventare una celebrità ovviamente per via delle limousine bianche. L’importante è apparire, essere visti e visibili.

“Da grande volevo diventare o un medico o una celebrità. L’ideale sarebbe stato fare la parte del medico in una serie TV.”

Se Augusten può sembrare vagamente istrionico ed eccentrico è solo perché si tratta del giusto mix genetico ottenuto dal miscuglio dei suoi genitori. Il padre è un professore universitario alcolizzato e affetto da psoriasi, scostante e assolutamente assente. La madre, poetessa femminista in gran parte mai pubblicata, è una psicotica part-time, indossa kaftani, mangia sandwich farciti col dentifricio, fuma sigarette More e ha un flirt lesbo con la moglie del pastore. Tra le due personalità però è sicuramente quella della madre, sbilenca e psichedelica, che segna maggiormente gli eventi dello sviluppo di quella del giovane protagonista.

Dopo il divorzio la donna prende sedute di psicanalisi come si prendono la patatine da un sacchetto: a manciate, al punto da rimanere completamente soggiogata dalla figura del dottor Finch, fino ad  abbandonare il figlio direttamente a casa dello psichiatra, che addirittura lo adotta legalmente. In questa nuova casa Augusten non trova una famiglia, ma manicomio, una popolazione umana ricca di personalità e disturbi sfaccettati.  Il ragazzo però non è un povero innocente spaurito abbandonato in  una casa di matti, ma come lui stesso si definisce, un seme che aspettava solo l’acqua e il concime della famiglia Finch per poter crescere e sbocciale.

Il capofamiglia, il Dottore, è anch’esso un personaggio fondamentale per la crescita psicologica del protagonista.  Apparentemente bonario, dall’aspetto di un Babbo Natale, si dimostra essere un individuo sinistro con abitudini morbose e per così dire “particolari”, esempio su tutte quella dell’utilizzo del Masturbatorium, stanza in cui si rifugia dopo le lunghe sedute psichiatriche con pazienti particolarmente tediosi per scaricare la tensione, oppure la copromanzia, usata come strumento predittivo del da farsi per se stesso e per gli altri componenti della famiglia.

Oltre a queste influenze quantomeno bizzarre, nella casa dello psichiatra regna una libertà quasi assoluta, le ragazze Finch, come pure il tredicenne, sono considerati individui già formati e in grado di fare le proprie scelte di vita in piena autonomia, venendo così privati di una qualsivoglia guida morale o educativa. Casa Finch è il paese dei balocchi, tutto è lecito e sperimentabile, anche il farsi mantenere da un amante quarantenne o scegliere di interrompere prematuramente gli studi, lasciando ai ragazzi oltre alla libertà anche il peso di un cinismo tremendo e precoce. Senza alcuna regola, le nuove sorelle di Augusten, si insultano apertamente lanciandosi epiteti freudiani come  “Sei così orale! Non raggiungerai mai il genitale, al massimo puoi arrivare all’anale”  senza che nessuno intervenga a placarle, e così la psicanalisi diventa una barzelletta usata per insulti aulici e ridotta scienza soggiogata dalle pratiche folkloristiche e superstiziose di colui che ne dovrebbe essere custode e garante.

Il libro è una situation comedy anche in questo, un po’ più spinta, un po’ più sboccata e più cruda, ma ad una lettura  attenta la risata diventa sorriso amaro e trasforma il romanzo  in uno strumento di meditazione sulla pedagogia e sulla reale valutazione (o sopravvalutazione) della libertà di scelta dei ragazzi e della felicità che essa dovrebbe portare con sé. I piccoli Finch non solo veramente felici, si accontentano delle attenzioni di chiunque, perché un’attenzione è sempre meglio che nessuna, un amore qualsiasi è sempre meglio di niente, guadagnando come nota lo stesso autore un “dottorato in sopravvivenza”, qualcosa che va oltre la scuola e oltre le regole, oltre le normali esperienze di vita.

I Finch sono una Famiglia Brady (sit-com americana proprio degli anni ’70) pompata con gli steroidi e fatta di allucinogeni; dalla famiglia perfetta a quella completamente sballata.  A casa Finch la mamma non interpreta il suo ruolo di chioccia amorevole, ma si rincoglionisce di TV tutto il giorno sgranocchiando i croccantini del cane (avete letto bene!) e nessun altro interpreta il ruolo al quale la società l’ha predisposto. Qualcuno li ha paragonati ai Simpson, io non sono d’accordo, sono peggio e nessuna famiglia televisiva finora creata può rendere veramente l’idea del doping di assurdità e del livello di follia della casa in cui cresce Augusten. Non a caso la frase di copertina è “Cerca il ridicolo in tutto e lo troverai”, mai sentenza fu più azzeccata. Ridicolo al punto da lasciare il lettore allibito e sconcertato,  nel suo animo piccolo borghese, dal capitolo “Le gioie del sesso (edizione per preadolescenti)” , nel quale Augusten viene iniziato al sesso,  in una sorta di stupro orale, dal trentaquattrenne Neil, altro paziente fisso del dottore,  che brutale (come è poi tutto il libro) chiede al ragazzo finito l’atto “Ecco fatto. Pensi ancora di essere gay?”

L’omosessualità messa in dubbio, nonostante tutto, nonostante l’orientamento sessuale di Augusten sia una delle caratteristiche principali del personaggio , tanto da sembrare stereotipato ( la fissazione per i capelli, gli abiti della madre, l’amicizia paritaria con Natalie la figlia di Finch). È grazie a lei che Augusten prende coscienza di essere un acuto osservatore, il suo diario è la sola cosa che gli riesce veramente bene e che gli permette di tenersi a galla. Senza perdere mai il tono spassoso e il ritmo incalzante della commedia televisiva, Correndo con le forbici in mano è una lettura scorrevole, ricca di riferimenti alla cultura pop e ai fumetti, il libro è un  percorso di crescita in stile Looney Tunes (appunto i cartoni animati lunatici…) di Augusten fino al momento quasi banale del climax: “ Voglio fuggire a New York e diventare uno scrittore.”

Cosa c’è di più popular, di più banale e pieno di riferimenti  abusati, anche nei film, di andare nella Grande Mela per scrivere?

O lo ami o lo odi, io essendo nata negli anni ’80, figlia di tutto ciò che è stato possibile importare dagli Stati Uniti (nel bene e nel male) sono rimasta affascinata, shockata, ed infine morbosamente incuriosita dalle avventure personali e non che lo scrittore racconta. Quindi l’ho amato. Ammetto che Burroughs a volte cade nell’esagerazione, dando la sensazione che tutto sia troppo melodrammatico, troppo carico di teatro. Ma cosa ci si può aspettare da uno che in realtà si chiama Christopher Robinson e che si è dato un nome d’arte che facesse più “scrittore” (copiandolo da uno dei maggiori esponenti della Beat Generation)? Da uno che si è beccato pure una denuncia per aver raccontato troppo (o troppo poco) delle verità della sua infanzia? Da uno che discende in linea diretta da re Giacomo II di Scozia e che forse subisce il peso regale dell’avo?

Correndo con le forbici in mano  è un  libro del 2002, è un racconto di memorie da come lo definisce lo stesso autore nel titolo originale running with Scissors: A Memoir, un romanzo di formazione che esce da quasi tutti gli schemi stilistici, al punto da cambiare per sempre il genere come ce lo hanno insegnato a scuola.  Agli autori, ai padri dei vari “giovani”, da Holden a Werther, verrebbe un colpo se solo fossero vivi e potessero leggere un capitolo dell’opera prima di Augusten Burroughs. Magari è anche questo che mi ha fatto amare questo libro, l’idea di vedere un grande letterato sconvolto dalle divertenti porcate di una gabbia di matti, che però hanno comunque indotto e condotto  la crescita di un individuo.

Francesca Romana Piccioni