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Concerti e sconcerti dal palcoscenico

Il problema della sopravvivenza del Teatro e della cultura in Italia con l’urgenza di una riformulazione delle regole per i finanziamenti pubblici

E’ di questi giorni una notizia che ha mosso le già agitate acque del mondo della cultura italiana. Nello specifico quelle del teatro. La mala nuova in questione è un provvedimento già passato in Senato e che, se non sarà cambiato dalla Camera, provocherà una situazione di grave difficoltà per il futuro di molti teatri italiani, già stretti nella morsa del decurtamento e che con l’approvazione del ddl Cultura vedranno tagliati maggiormente i fondi a loro destinati.  A rischio chiusura – così pare – saranno addirittura anche due delle eccellenze nostrane, niente poco di meno che Il Piccolo Teatro e La Scala, in una Milano che vede sempre più con patema e apprensione l’avvicinarsi del 2015, anno dell’Expò, oltre al semestre di Presidenza europea, tanto da spingere Giuliano Pisapia, sindaco della città, a chiedere un’audizione alla Commissione Cultura della Camera.

Una spallata felice a questi seri timori la da un’altra notizia, una di quelle alle quali applaudire, tanto per restare in tema di spettacolo. Sempre a Milano, riapre uno dei teatri che hanno lasciato le impronte sul selciato dell’avanguardia teatrale, che negli anni di gloria portò in Italia artisti come Wajda, Kantor, Grotowski, ma che tra polemiche e dissidi si spense assieme al suo direttore Sisto Dalla Palma.

Si tratta del Crt – centro ricerche per il teatro – che riapre con una nuova identità giuridica, quella di Fondazione, raccolta da Franco Laera, organizzatore e produttore, già pilastro del vecchio Ctr, e Renato Quaglia, ex direttore del Napoli Teatro Festival.

Il Crt lavorerà in stretta collaborazione con la Triennale, istituzione storicamente dedicata alla progettazione industriale, con l’intento di raccogliere idee e sperimentazioni attorno a un unico polo multidisciplinare della ricerca contemporanea, dal design al teatro, dall’architettura alla danza, continuando percorsi e intenzioni avviate in anni precedenti, da Wilson – preposto a inaugurare la riapertura del Crt con una performance solitaria, L’ultimo nastro di Krapp di Bekett – a Ronconi (e l’architetto Gae Aulenti attraverso il Laboratorio di Progettazione Teatrale di Prato nel 1976-78) a Ricci, Vasilicò, Carella, Perlini, Bene, De Bernardinis (dal Manifesto per il convegno di Ivrea nel 1967 al cosiddetto teatro-immagine italiano), che vedevano il sodalizio tra drammaturgia e architettura scenica un passaggio inevitabile in vista di nuovi terreni di sperimentazione.

La programmazione sarà scandita non nell’usuale stagione ma in una serie di co-housing, e cioè convivenze artistiche simultanee che permettono l’interazione del pubblico con proposte diverse nello stesso luogo, oltre che quella tra gli spettacoli.

Per cominciare, dal 23 ottobre al 3 novembre si vedranno i Santasangre con Konya, il Quiet Ensemble, il Gruppo Nanou con Sport. Dal 6 al 17 novembre ci saranno il Masque Teatro con Just Intonation, i Mali Weil con il loro strano negozio d’arte e la rilettura dell’Amleto di Vincenzo Schino, xx yy. Dal 21 novembre all’8 dicembre arriverà Irina Brook con le sue scanzonate riletture di classici, dall’Odissea a La tempesta e L’isola degli schiavi. E ancora, due spettacoli di Leonard Eto, uno dei più innovativi musicisti di taiko, il tamburo giapponese.

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Aurelia Thierrée – In Copertina: Robert Wilson

Murmures des Murs, in prima nazionale dal 19 dicembre al 6 gennaio e uno spettacolo onirico e magico di Aurelia Thierrée, attrice cresciuta nella scuola di mamma Victoria Chaplin e papà Jean-Baptiste Thierrée (creatori del Circo Imaginario), accompagnata dal danzatore Jaime Martinez e il clown-acrobata Magnus Jakobsson. Dal 23 Novembre inoltre un apprezzabile omaggio a Paolo Rosa, con la prima de Il colore dei gesti, sinfonia Mediterraneo, portato in scena da Studio Azzurro.

Sempre a proposito di “belle stagioni”, a zittire le polemiche di presunta negligenza attorno a una delle più incisive proposte di occupazione culturale, il Teatro Valle di Roma, ci pensa un calendario abbastanza lungo e fitto di proposte. Dal 17 in scena Un bès – Antonio Ligabue di Mario Perrotta che ha riscritto la vita del pittore emiliano, cui seguirà un approfondimento su Davide Manuli, regista cinematografico di cui verrà presentato La leggenda di Kapsar Hauser, Bekett e Girotondo. Poi Maggio ’93 di Davide Enia il 16 e 17 novembre, dal 3 dicembre Roberta Torre con Insanamente terzo, Paolo Mazzarelli e Lino Musella dal 5 dicembre, dal 14 gennaio Michele Santerano  e Leo Muscato, Silvia Gallerano con Cristian Ceresoli dal 3 febbraio fino al Balletto Civile di Michela Lucenti How long is now in giugno.

Di più, i laboratori sulla menzogna di Antonio Latella e sul linguaggio cinematografico di Pippo Delbono. Nel lungo programma fino a giugno ha spazio anche il cinema: georgiano, portoghese e francese. Riguardo alla musica, è prevista la collaborazione con il Premio Tenco e il debutto della lirica con il Barbiere di Siviglia.

L’intera stagione chiaramente non gode di alcun finanziamento (se non i costi delle bollette sostenuti dal Comune di Roma), ma si sostiene con forme di cooperazione e sostegno orizzontale.

La stagione porta un titolo esplicito, Altreresistenze, ed è il primo progetto artistico della neonata Fondazione Teatro Valle Bene Comune, una proposta sperimentale, che fin dal 2011 (anno dell’occupazione del Teatro) era nelle intenzioni dei sostenitori: l’idea poggia sulla concezione di una nuova identità culturale che metta in discussione le attuali regole di governo degli istituti culturali con l’intento di sottrarli all’influenza della politica.

In questa concitazione di spiriti, corpi e norme, pare spingente l’urgenza di una riformulazione delle regole che determinano l’erogazione dei finanziamenti pubblici, quelli destinati alla cultura nello specifico. Il fatto sconcertante che siano stati presi ad esempio i casi più eclatanti dovrebbe portare a riflettere sulle gigantesche difficoltà a cui fanno fronte d’altra parte i piccoli e medi teatri, quelli senza maiuscola nell’aggettivo. La natura del sostegno pubblico in generale e in questi casi in particolare è strettamente legata alla professionalità, all’eccellenza, alla sperimentazione, in un Paese che dovrebbe essere di sagge mire e lodevoli propositi. La gravità di un’affermazione come quella fatta da Giulio Tremonti nel 2010, allora Ministro dell’Economia, “con la cultura non si mangia”, non può non destare forte ribrezzo in un’Italia che si mantiene in piedi solo grazie ai fasti culturali del passato, non certo per produzione, energia o industria. Eppure le sole proposte in questo settore sono tagli e ancora tagli.

Non c’è scampo a quanto pare, siamo uno Stivale in silicone, prodotto in Cina, falsato a Napoli e venduto a Bruxelles. Rigorosamente “mad in Italy”.

Laura Migliano