Musica

Andrea Pazienza: il suo ritratto nella canzone d’autore di Marco Cantini

Da poco abbiamo commemorato i 20 anni dalla scomparsa di una figura di riferimento non solo per quel che riguarda il mondo del fumetto e tutte le sue derivazioni, ma anche per tutto un contorno sociale, politico e culturale. Torniamo a parlare di Andrea Pazienza e di quella Bologna del 1977 figlia di un’Italia che procedeva a grandi passi verso un’emancipazione di classe e di idee, verso quello che oggi è un presente che tuttavia pare non somigliargli affatto. Torniamo sull’argomento perchè sottolineiamo un disco, un’opera sociale, un lavoro di cantautorato impegnato ed impegnativo uscito da poco più di un mese. Il secondo disco di Marco Cantini dal titolo “Siamo noi quelli che aspettavamo” nasconde tra le righe tutto questo attraverso 15 tracce prodotte con grandissimo gusto da Gianfilippo Boni. Di Pazienza ci sono riferimenti specifici soprattutto nel singolo di lancio dal titolo “Pazienza” a cui partecipano anche nomi illustri e suoi amici del tempo come Sergio Staino, Stefano Disegni, Sergio Vastano e Stefano Giraldi. Ma apriamo l’ottica anche su personaggi che con lo stesso Pazienza hanno caratterizzato il periodo storico: quindi Cantini cita Tanino Liberatore, Filippo Scozzari, Massimo Mattioli e Stefano Tamburini, ci racconta una Bologna teatro delle sommosse tra studenti della sinistra extra-parlamentare e le forze dell’ordine, i carri armati inviati dall’allora Ministro Degli Interni Francesco Cossiga e la droga come rifugio e condanna per molti di loro. Ma Cantini cita anche il cinema di Fellini, il teatro e la letteratura di Pier Vittorio Tondelli, la pittura di Frida Kahlo… Insomma torniamo sull’argomento grazie ad un disco che a parer nostro merita il tempo giusto per essere accolto. L’intervista a Marco Cantini:

– Marco Cantini come “incontra” Andrea Pazienza?

Attraverso un percorso giovanile di voraci letture da fumettari. Non solo Paz, ma anche Pratt, Breccia, Tamburini, Scozzari, Moebius. Ma la scoperta di Pazienza, senza dubbio, fu la mia più traumatica, sconvolgente esperienza mai vissuta nella lettura di pagine solo sommariamente definite “fumetto”. Soprattutto perché avvenne all’età di vent’anni. Da subito provai la sensazione di essere di fronte ad un’intelligenza superiore, al linguaggio di un puro che si identificava totalmente con la bohème del proprio lavoro, sempre così pregno di riferimenti culturali che comunque non rinunciavano mai a svelare la sua personalità. Metteva dentro tutto se stesso, non si risparmiava in nulla, usava tutto: dalla sua vita vissuta a quella immaginata. Questa è stata una delle sue tante grandezze.

– Di certo il tuo disco non affronta solo Pazienza ma a lui fa spesso riferimento. Dell’uomo e dell’artista…da chi hai attinto di più per scrivere?

Da entrambi, che poi nel caso delle produzioni che più amo di lui, sono due figure strettamente correlate, a tratti incollate tra loro. Basti pensare a Pompeo, con Pentothal tra i suoi personaggi che preferisco: una sorta di diario personale, uno sconvolgente saggio autobiografico di una vita consumata dall’eroina (in un contesto, non dimentichiamolo, in cui le sostanze psicotrope dominavano la psiche collettiva), che definire “fumetto” è altamente riduttivo. Semmai un’opera dall’alto valore letterario. Perché probabilmente potrebbe essere persino facile – per molti autori – essere duri, sfrontati e diretti nel raccontare il dramma della dipendenza dalla droga. Più difficile è farlo con tratti di struggente dolcezza, in una narrazione travolgente, poetica, che trasuda amore e che coinvolge, mozzando inesorabilmente il fiato al lettore. Insomma l’opera di un impareggiabile genio.

– Grandi testate nazionali hanno presentato il singolo “Pazienza”. Perché la scelta proprio di raccontare quegli ultimi anni, la droga, il funerale?

Quando si elabora una canzone non sempre si ha il tempo di pensare prima alle parole. Ci si lascia andare, scrivendo di pancia. E il brano viene da sé. Così è accaduto, nel mio caso, per “Pazienza”. Ispirata da uno straziante quanto commovente articolo di David Riondino, pubblicato in una “Smemoranda” degli anni novanta. Il pezzo si concludeva con questa frase: “L’ultimo segno è stato, violento e bello, d’amore”. E forse non a caso parto proprio dalla fine: la chiusura della sua parabola (intendo in vita, perché le sue storie sono immortali e non a caso in tanti continuano ancora oggi a scoprirlo) si erge a simbolo di una generazione – sbrigativamente chiamata “del ’77 bolognese” – che lui ha rappresentato appieno descrivendone le ansie febbrili, i nichilismi sfrenati, i sogni e le sconfitte. Giorgio Lavagna dei Gaznevada – storica band bolognese degli anni settanta – raccontava come la droga fosse all’epoca la Grande Rete, la biochimica come chiave per vivere il cambiamento. Nella condivisione empatica che scatenava un’attività di creazione collettiva. Ecco perché, parlando di Pazienza così come di Bologna e delle avanguardie artistiche legate al ’77, nelle canzoni di questo album non potevo sottrarmi dal fare riferimenti al boom dell’eroina: sarebbe stato ometterne una protagonista centrale.

– Il booklet del disco non poteva che essere un “fumetto”. Ispirazione e autori?

Gli artefici della grafica dell’album sono due pittori. Ho avuto la fortuna di avere una “copertina d’autore”, realizzata da uno straordinario artista e intellettuale quale è Pablo Echaurren. Che tra l’altro conobbe Pazienza e fu grande amico di Tamburini.

I due mostri da lui raffigurati nella copertina sono sostanzialmente quelli che lui disegnava negli anni settanta per Oask?!, il giornale degli Indiani Metropolitani, gruppo legato all’ala creativa del movimento del ’77. Le illustrazioni interne sono di un altro grande pittore: mio padre Massimo Cantini, eccellente anche come disegnatore, che ha descritto alla sua maniera alcuni “momenti” del concept.

– Tecnicamente invece? Carta bianca agli autori oppure avete voluto omaggiate Pazienza e i suoi compagni anche nel modo di fare questi disegni?

Ovviamente, ho lasciato totalmente carta bianca – sia in senso letterale che figurato – ai due artisti.

Anche perché nessuna arte avrebbe potuto essere più rappresentativa – riguardo alle tematiche principali che affronto nell’album – di quella di Pablo Echaurren: lui che è stato anche l’autore della copertina di Porci con le ali (romanzo cult della generazione del ’77), che realizzò vignette per storiche riviste come Linus, Tango, Frigidaire, Comic Art, e che ha scritto anche numerosi saggi e romanzi che hanno raccontato quell’irripetibile epoca. Chi meglio di lui?

– E parlando infine della tua canzone d’autore. Pensi che musicalmente sia uno stile che possa ben dialogare con l’artista che era Andrea Pazienza? Oppure è un ragionamento che hai totalmente ignorato e lasciato alla tua libera interpretazione?

È un omaggio all’artista, chiaramente elaborato secondo il mio stile e linguaggio.

– Chiudiamo con una domanda banale e piccante: secondo te, nell’Italia di oggi, se fosse nato un Andrea Pazienza avrebbe avuto la stessa fama e la stessa importanza? E se tu e la tua forma canzone foste nati nel 1977, magari a Bologna… cambierebbe qualcosa?

Pavese scriveva che “ogni vita è quella che doveva essere”. Aggiungo che ogni persona – non necessariamente artista che debba lasciare un segno – appartiene al suo tempo. Questo vale per me, per Pazienza, per chiunque. Ma Andrea era soprattutto una mente brillante e un disegnatore di altissimo livello dal talento enorme. Se proprio devo accettare il gioco, ti rispondo che oggi un Andrea Pazienza avrebbe descritto altri scenari, altre situazioni, ma credo che il suo estro sarebbe comunque emerso, ugualmente riconosciuto ed universalmente ammirato. Semmai viene da chiedersi cosa avrebbe fatto Paz, oggi, se fosse ancora vivo: purtroppo questa domanda irrisolta vale per lui come per tanti altri grandi artisti morti in giovane età, dei quali la storia dell’arte è piena.