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A Christmas Carol. Il fantasma del Natale presente ogni anno

A chi non è mai capitato di fare battute sul fantasma del Natale futuro o di soprannominare qualcuno Scrooge?

Da giorni, ormai, respiriamo ovunque l’aria natalizia: le luminarie colorate decorano i balconi, nei negozi già augurano buone feste e la televisione non fa che intonare jingle bells e pubblicizzare panettoni. Ma soprattutto, come ogni anno, non è veramente Natale se non rispettiamo il rito più amato da tutti: guardare i film sotto l’albero e rispolverare le puntate di tutte le serie televisive in cui nevica e ci si bacia sotto il vischio.

E come fosse un obbligo morale, le puntate in questione non possono che fare il verso al romanzo di Charles Dickens A Christmas Carol. Sì, perché questo romanzo sociale e un po’ gotico è diventato un vero e proprio topos letterario; anzi, oserei dire addirittura che è entrato a tutti gli effetti a far parte dell’immaginario collettivo. A chi, infatti, non è mai capitato di fare battute sul fantasma del Natale futuro o di soprannominare qualcuno Scrooge? A partire dal primo adattamento cinematografico muto del 1910, fino alla versione in 3D del 2009 con la collaborazione di Jim Carrey, la storia del piccolo e grande schermo è costellata da un’ossessione citazionistica di A Christmas Carol.

Lo schema di Dickens è stato usato e abusato e lo stesso destino, d’altronde, è spettato ad altri classici della letteratura occidentale che vanno dalla Commedia, a Il conte di Montecristo, passando per I promessi sposi, sino ad arrivare all’omerica Odissea. Questo appiattimento del significato di un’ opera sulla sola trama è un tipico processo della nostra società che si accontenta di conoscere superficialmente, che scambia un nozionismo passivo per una soddisfacente analisi critica. Ma non scambiatemi per una presuntuosa “intellettualoide” che guarda con ottusa spocchia al film natalizio dei Looney Tones! Io adoro guardare Scrooge – Duffy Duck con le piume rizzate dalla paura! Uso piuttosto il ritorno dei tre fantasmi di Dickens ogni santo Natale come spunto per una riflessione di più ampio… spettro.

Credo infatti che nella società di massa in cui tutto deve essere alla portata di tutti, in cui tutti sono o vogliono essere un po’ di tutto, la sovraesposizione della trama di Canto di Natale ha ragion d’essere. Penso che la grande e “naturale” operazione di semplificazione sia il solo modo per far sopravvivere la grande letteratura oltre i banchi di scuola, in un mondo caratterizzato dalla memoria a breve termine. D’altronde, in qualche modo, la forza dei classici risiede anche nell’incredibile potenzialità di parlare in maniera diversa a chiunque e a qualunque epoca e forse oggi capiamo come sia immensa anche la loro potenzialità epidermica. Allora sia questo periodo natalizio una buona occasione, che sempre si rinnova, per entrare in contatto con il genio di Dickens, a patto che sia uno spunto per accrescere la nostra curiosità e che ci faccia prendere in mano il libro e poi, chissà, da A Christmas Carol, passare ad Oliver Twist e poi ad Hard Times.

Per concludere, il mio articolo non vuole essere un’ invettiva contro il Natale e il suo corredo di luoghi comuni e tradizioni, ma solamente un’osservazione su di essi, offrendo loro nuova linfa vitale, mettendoli al centro di una riflessione. Quindi, non posso che congedarmi in un solo modo: augurandovi di trascorrere al meglio le vostre feste, guardando film su film natalizi accanto al vostro albero di Natale, mangiando una fettina di panettone(o pandoro) e godendo del calore delle vostre famiglie, tra un regalo e un … 48: ‘o Muorto che pparla!

Letizia Del Pizzo